martedì 23 agosto 2011

la fine di gaddafi

In questa lunga e dolorosa fine Gaddafiana c'è qualcosa che mi attira ed interessa più che nei casi di piazza Tahrir al Cairo e in Tunisia. Non è lo sventolare della nuova vecchia bandiera monarchica (che se non altro ha il merito di fornire un'alternativa bella che pronta alla bandiera verde a tinta unita gaddafiana). Né l'azione militare coadiuvata dalla NATO che ha preceduto e sta precedendo la fine, che a differenza di molti altri e rispettabili punti di vista ho ritenuto opportuna (timing, ok, studiato ad arte) per come stava evolvendosi la cosa attorno a Bengazi, capitale dell'ammutinamento libico. E' vero, Gaddafi a differenza di altri eterni capi di Stato nordafricani, non ha mai svenduto le risorse naturali del suo paese ai paesi stranieri, né ha mai consentito significative interferenze, per cui la volontà europea e americana di scalzarlo avrebbe potuto porsi già da sé. Ma per cortesia va anche aggiunto, altrimenti l'equazione rimane incompleta, che queste ricchezze non sono mai state messa a disposizione della popolazione. Tanto più che la realtà libica è tribale e paternalistica, e più che a ragionare a livello di democrazia, si ragiona a livello di pane.

Ma la ragione per cui questa fine appare, sotto almeno un punto di vista, la più attraente delle altre recenti sta nell'ostentazione di potere di cui ha fatto uso Gaddafi. Che ci piacerebbe chiamare anacronistica. Una megalomania fatta di cammelli, parate ed escort. La stessa che gli impedisce ancora adesso di arrendersi, trincerato nei suoi patetici bunker. Già avendo tentato in ogni modo di spingere il proprio paese alla guerra civile (parzialmente riuscendoci) in nome dei suoi interessi e di quelli del proprio clan. Ed avendo usato la televisione di Stato per autoalimentarsi. Il risultato ad ora però, è che la Guida della rivoluzione libica è assediata dai ribelli.




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