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lunedì 22 dicembre 2008

grecia, ovvero l'incredibile secondo l'uomo sedato

Vetrine rotte, negozi saccheggiati, cassonetti in fuoco, automobili rovesciate e, per ultimo, un albero di natale che brucia. Questo è stato il resoconto prevalente dei recenti scontri in Grecia: un'orgia di immagini e frastuono, priva di qualsiasi contenuto esplicativo, senza le benché minima volontà di addentrarsi in un'analisi retrospezionale. I maestri del mestiere posano, incappucciati, davanti alle telecamere, come buona pratica vuole; i loro intervistati, sbadati, parlano senza la pretesa di dover necessariamente mostrare di trovarsi in un posto seminato da lacrimogeni. Fiske e Neuberg l'hanno teorizzato nel modello del continuum, a proposito della percezione: l'analisi delle informazioni per emettere un giudizio avviene in maniera duale. La valutazione dipende dall'integrazione delle informazioni vere e proprie da una parte, e dalle conoscenze stereotipiche che si attivano in simultanea dall'altra. La motivazione all'accuratezza però dipende dalle informazioni disponibili. E' esattamente quanto avviene, per esempio, nei servizi televisivi dedicati ai summit tête-à-tête tra il nostro Presidente del Consiglio con qualche altro premier europeo, in cui cui il leitmotiv giornalistico diviene sistematicamente la villa sarda di Berlusconi in cui si è svolto il meeting, o le gag confezionate in sala stampa. Naturalmente l'universo da cui trarre esempi di questo tipo è troppo vasto, ed è forte il timore di perder tempo su qualcosa di così tanto ovvio.

Questa non vuole in nessun modo essere una presa di posizione alla Baudrillard: «La guerra del Golfo non è accaduta». Vuole bensì essere un forte richiamo all'attenzione, ed un invito alla ricerca di informazioni non reimpastate. Alexandros Grygoropoulos molto probabilmente non era un anarchico: i suoi compagni di scuola e di partite a basket giurano che lui non aveva grilli politici per la testa; al massimo professava idee "progressiste". Il fatto che siano state dirette quelle provocazioni ai poliziotti prima dell'omicidio, non significa necessariamente che il fatto vada collocato in un quadro di risentimento politico tra anarchici e forze dell'ordine. Negli stessi disordini scoppiati successivamente, il fronte degli anarchici è stato minoritario. Si stima che il loro numero sia compreso tra 200-250 ad Atene; ebbene, come può essere possibile pensare che nel giro di qualche giorno siano diventati più di un migliaio? Senza tralasciare il fatto che l'attivismo anarchico sia un fenomeno circoscritto principalmente alla sola Atene. Diventa trampolieristico giustificare gli episodi di alcune città come Patrasso e Heraklion (o persino nel paesino di Kerkyra a Corfù!). Per esclusione, è al contempo molto parziale far passare l'idea che i greci siano impazziti così, da un giorno all'altro.

L'autore di «Z, L'orgia del potere» (ora ambasciatore dell'Unesco), Vassilis Vassilikos, in un'intervista rilasciata ad Antonio Ferrari il 9 dicembre per il Corriere della Sera, ha ragionevolmente descritto una situazione di disagio sociale, che ha trovato nella morte di Alexandros il detonatore della sua frustrazione. Quel che è accaduto e sta accadendo, è sintomatico di una «rabbia compressa che tutti avvertivamo ma che non eravamo in grado di esprimere». All'interno di questo risentimento confluiscono molti elementi.

Presumibilmente primo tra tutti l'insofferenza di fronte all'arroganza della polizia; non è un caso che abbiano partecipato agli scontri molti degli stranieri irregolari presenti in Grecia, in più di un caso approffittando delle vetrine rotte per ripulire i negozi. Albanesi e mediorientali sono spesso stati al centro delle cronache per storie di abusi e violenze fisiche nelle caserme, non ultimo un video circolato in rete in cui due pubblici ufficiali costringono alcuni stranieri in stato di fermo a schiaffeggiarsi a vicenda, davanti alla loro telecamera accesa. Altri episodi hanno invece coinvolto i partecipanti di talune manifestazioni, gestite dalle forze dell'ordine con un polso troppo duro per non apparire intimidatorio. Questo «non dover dar conto a nessuno delle proprie azioni» è stato uno dei propellenti maggiori per lo scatenarsi degli scontri, senza dimenticare il potere evocativo che può avere in un paese che ha vissuto tra 1967 e 1974 una dura dittatura militare (culminata proprio con le barbarie del Politecnico).

Il secondo elemento di tensione riguarda invece la sfera politico-economica: corruzione e scandali sono frequenti come qui in Italia, con la differenza che la tv ne parla, l'opinione pubblica ha qualche strato di coscienza in più, e i responsabili invece di rimanere sulla poltrona si lanciano giù dal quarto piano (vedi Zachopoulos). Come ultimo scandalo, quello relativo alla "cessione di enormi terreni, boschi e proprietà pubbliche (fra cui un lago intero, quello di Vistonitida), sparse per tutta l'Ellade, al monastero di Vatopedi sul monte Athos, una specie di holding clericale; oltre 40mila metri quadrati di superficie nella sola (e lucrosa) area dell'ex villaggio olimpico". A questo si aggiunge "la prospettata riforma del sistema universitario, con la legalizzazione delle università private, e la paura del declassamento di fatto di quelle pubbliche".

Lo ribadisco, questa non vuole in nessun modo essere una presa di posizione alla Baudrillard! Certo, ci son state grandi manifestazioni di massa e scioperi generali aldilà dei danni ai negozi e alle macchine. Ed è gioco-forza del camera-man non riferirle, in favore di una ben più allettante "Apocalisse in diretta". Ma il punto è questo: forse non è poi così chiaro il motivo per cui bisognerebbe obbiettare la mancanza di un nesso tra situazione congiunturale e disordini scoppiati. E' bene prendere atto, con tutti i distinguo del caso, che certe cose non verranno mai ottenute con il "per favore": dare dei segni di vita concreti, di questi tempi, è qualcosa che vale molto. Un albero di Natale che brucia in p.za Syntagma, poi, è qualcosa che ha, devo ammetterlo, un fascino irresistibile. Di fronte, la via dello shopping, Odos Ermou. E' l'immagine perfetta di un mondo che finalmente può andarsene a rotoli, e liberarci per questa volta, eccezionalmente, della "pace terrificante" [De Andrè] in cui è piombato. E non con "una vibrante protesta", ma con un bel "cannone nel cortile".

Di questo, ci sarebbe bisogno, anche in Italia. Ma non si è in grado di indignarsi oltre un certo limite. Non qui, dove il camera-man ha un potere egemonico rispetto al giornalista, dove l'elaborazione individuale delle informazioni si basa semplicemente sul nulla. Chi vive sui telegiornali ha delle serie difficoltà ad apprendere qualsiasi cosa gli accada attorno. Basta guardare il piattume con cui viene accolto qualsiasi scandalo ci passi davanti, o le mobilitazioni studentesche già in fase di smantellamento. Ecco un riferimento che è in grado di cogliere il nocciolo della questione. L'allenatore dell'Inter Jose Mourinho qualche tempo fa disse, da uomo appena sbarcato in un contesto sociale a lui "nuovo" e certamente paradossale, che agli italiani interessa più lo spettacolo del calcio. Vero o non vero, è subito riuscito a cogliere il problema di quello impongono le tv, anche nel calcio. Ieri, per esempio, è parso difficile capire dove finisse il servizio su Beckham a San Siro, e dove iniziasse quello relativo alle highlights della partita. Sono da tempo convinto che questo sport, per gestione affaristica e partecipazione popolare, sia una delle sintesi più azzeccate che si possano fare riguardo alla società italiana. Da questo microcosmo si possono capire molte cose.

lunedì 20 ottobre 2008

skopje: il problema di un'identità

Era l'8 dicembre 1991 quando la repubblica più meridionale dell'estesa Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia proclamò la sua indipendenza come "Repubblica di Macedonia" (Република Македониjа / Republika e Maqedonisë).

Come si insegna in questi casi, ogni Stato-nazione che sorge ha bisogno di costruire un'identità ed un'iconografia forte, in grado di livellare le eterogeneità presenti sul territorio. Nel caso dell'ex regione jugoslava, in particolare, si sta parlando di un contesto in cui si sono trovati a coesistere, in maniera più ravvicinata, due soggetti etnici difficilmente integrabili: slavi (64%) e albanesi (25%). La necessità di una forza centripeta, di un'identità "esclusiva", corrisponde a due bisogni: da una parte omogeneizzare ciò che sta al di qua dei confini appianando ove possibile il dualismo etnico, dall'altra differenziare l'esterno. Difatti sarebbe molto meno agevole la gestione centrale di uno stato in cui gran parte della popolazione occidentale condivida molte più affinità con la confinante Albania o la provincia autonoma del Kosovo.

Naturalmente questo bisogno di identità si risolse utilizzando e sfruttando appieno la regione geografica che già dava il nome alla regione meridionale jugoslava ante-indipendentia. Ma il costituirsi di un'entità politico amministrativa denominata "Repubblica di Macedonia" ha un impatto decisamente diverso rispetto a quello di un'entità territoriale di decentramento amministrativo quale una regione, e non fa che scatenare il governo greco sulla famigerata "questione del nome". Il Vardar, così come era chiamata sulle cartine ottomane Skopje e dintorni, non occupa che poco più di un terzo della regione geografica Macedonia, che si estende per altro fino alla Bulgaria e all'Albania. Insomma, per Atene è come se da un giorno all'altro il "Land" di Innsbruck dichiarasse indipendenza al nome di "Repubblica di Tirolo" ignorando l'esistenza dell'analoga regione italiana facente capo a Bolzano (o peggio facendo aleggiare ipotesi di future rivendicazioni territoriali nei suoi confronti). E il paragone è oltretutto riduttivo, perchè Nordtirol e Sudtirol sono immensamente più affini di Grecia e FYROM, tant'è che l'Unione Europea stessa ha sancito ufficialmente il carattere transfrontaliero della regione, ora denominata macroregione "Eures-TransTirolia".


Ma questa è la soluzione che Skopje sceglie per darsi un'identità, quella più a portata di mano. Cui segue l'inesorabile percorso di identificazione culturale, una "politica della memoria" spesso indicata in geopolitichese col termine «presentismo»: la tendenza ad interpretare le configurazioni culturali del passato come alla luce della situazione attuale. Questo porta diritti al secondo problema: la determinazione di Skopje nel presentarsi come erede della cultura e della storia macedone. La questione del nome viene messa in stand-by dall'ONU nel 1993, che conviene nell'adottare "provvisoriamente" la sigla FYROM (Former ex-Yugoslav Republic Of Macedonia) di fronte alle obiezioni di Atene. La costruzione iconografica continua poi con la bandiera, in cui si decide di far perno su un altro importante simbolo del regno macedone di Filippo II: la vecchia stella di Verghina. Anche qui, pesanti reazioni del governo greco che chiuse completamente le frontiere imponendo sul piccolo stato ex-jugoslavo un embargo economico totale fino al 1995, anno in cui le mediazioni riuscirono ad ottenere la modifica della bandiera e la rinormalizzazione dei rapporti. Sempre in attesa di nuovi negoziati sulla questione del nome. Per i vicini, i problemi rappresentati dalla questione della "raison d'être storicizzata" di Skopje continueranno a persistere. Emblematico il tentativo, poi non tanto subliminale, di rivendicare l'eredità di Alessandro Magno, intitolando a lui il principale aeroporto del paese. Altrettanto emblematico apprendere, per esempio, di vini tradizionali venduti col nome di "Bukefal", una quasi-translitterazione di Boukephalos (βους bue, κεφαλή testa), il cavallo di battaglia di Alessandro il Grande. E via dicendo.

La questione macedone rimane di grande attualità anche per gli equilibri internazionali. Il nome che dovrà sostituire FYROM sulle cartine geografiche è di estrema rilevanza per le aspirazioni atlantiste ed europeiste di Skopje. La Grecia (diritto di veto già utilizzato al vertice Nato di Bucarest) sta discutendo sulla possibilità di trovare un accordo sul termine "Macedonia" a patto che esso sia affiancato da un aggettivo qualificativo. Tra le ipotesi ventilate: "Alta Macedonia", "Slavo-Macedonia", "Macedonia-Skopje", o la forse più probabile "Macedonia del Nord". Una localizzazione della sub-regione quest'ultima, in continuità e coerenza con la divisione amministrativo-regionale della Macedonia greca: Macedonia Occidentale (Kozani), Macedonia Centrale (Salonicco), Macedonia Orientale (Kavala).

Non c'è motivo per non pensare che il compromesso verrà trovato. Anche la Grecia ha i suoi interessi ad integrare a pieno titolo FYROM nelle principali organizzazioni internazionali, essendone il principale investitore e partner economico. Bisogna casomai chiedersi se il nome, da solo, è in grado di risolvere una questione di rivendicazione culturale feroce giunta a livelli quasi esasperanti. O se, «una situazione non chiarita adesso», come questa, «è passibile di dare adito a conseguenze pesanti in un futuro. Il caso del Kosovo è un esempio emblematico in tal senso», come fa notare Rudy Caparrini autore dell'articolo (Macedonia: le ragioni della Grecia) a cui rimando chi fosse interessato ad approfondire il punto di vista dell'oppositrice-Grecia nel processo identitario di Skopje. Perchè evidentemente non è affatto una questione di capricci.


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domenica 24 febbraio 2008

Cipro: vittoria dell'AKEL

Dimitrios Christofias sarà il primo capo di governo comunista dell'Unione Europea. Il ballottaggio di Cipro per le presidenziali si risolve con una vittoria dell'AKEL (partito progressista del popolo lavoratore) con 53,38% voti a favore, contro il 46,62% raccolto da Kasoulides, leader del Dysi (Raggruppamento democratico). I due candidati, dopo un primo turno che ha sancito l'esclusione del premier uscente Papadopoulos, "distavano" appena 980 voti.

E' stata proprio l'uscita di scena del leader centrista del Diko (Partito Democratico) a fare la differenza, con la sua successiva scelta di campo in favore di Christofias. Non è tutto: l'AKEL ha ricevuto un appoggio sostanzioso anche dal Kisos (partito dei socialdemocratici), principale alleato di Papadopoulos durante il suo mandato con l'8,9% delle preferenze all'ultima tornata elettorale. Appoggi pesanti, scambiati, come sostengono alcuni media ciprioti, con cinque poltrone. Al Kisos andranno due ministeri, al Diko altre due più il ministero degli esteri.

Ma alla base di questa vittoria elettorale, c'è senza dubbio l'azzeccata campagna mirata alla spinosa riunificazione dell'isola. Christofias si è presentato alle presidenziali del 2008 come unico rappresentante politico in grado di accollarsi nei mesi a venire, il ruolo di conciliatore-mediatore con la controparte turcofona dell'isola, senza intromissione di terzi (ONU e Turchia). L'AKEL infatti vanta da tempo rapporti privilegiati con i sindacati turco-ciprioti e si è detta favorevole ad iniziative inter-comunitarie. Inoltre Christofias si è incontrato più volte con il leader della repubblica illegale turca di cipro nord, Mehmet Ali Talat.

Non mancano tuttavia le perplessità. Da una parte, per il diverso approccio di governo che potrebbe avere l'AKEL rispetto agli alleati Diko e Kisos. Dall'altra, per il tipo di rapporto che si intenderà adottare nei confronti dell'Onu, sotto il cui periodo di egida troppe poche cose son state fatte. La bocciatura nel referendum del 2004 del piano presentato da Kofi Annan per risolvere la questione cipriota può aver segnato la fine di qualcosa. Sta ora a Christofias, tirar fuori dal cilindro azioni di governo che siano di rottura verso il sordo mantenimento dello status quo adottato fino ad oggi. Ma che ruolo dovrà avere l'ONU in tutto questo?


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domenica 6 gennaio 2008

l'anno della feta

Il nuovo anno è iniziato da poco, eppure il grande mondo delle organizzazioni, e soprattutto del marketing, non ha perso nel frattempo l'occasione, in questo esiguo margine temporale, di accollare al 2008 migliaia di epiteti diversi. Così, senza pietà, una mitraglietta: ra-ta-ta-ta-ta! Tanto per gradire, il nuovo anno sarà simultaneamente l'anno "della patata", "della rana", "delle barriere coralline", "del bambino e dell'adolescente con diabete", "dei Poli", "dei servizi igienico-sanitari", "delle lingue" (arabo, cinese, inglese, francese, russo, spagnolo), "del Pianeta Terra", "della navicella spaziale", "dell'astronomia", "del dialogo interculturale", "dei giardini", "degli scout". Avete qualche fondo anche per me tanto che ci siete?!

In Grecia sarà l'anno della Feta. Il tradizionale formaggio da insalatona "choriàtiki" friabile e salato ottenuto con latte di pecora (80%), latte di capra, e caglio (20%). Alcuni studi svolti in ambito gastronomico la fanno risalire a 6000 anni fa. Parrebbe persino presente nell'Odissea di Omero, più precisamente nell'episodio di Polifemo, descritto per l'appunto secondo il mito come l'inventore della feta e più generalmente del formaggio. Il figlio del Dio Poseidone infatti si sarebbe accorto, portando ogni giorno il latte delle sue pecore, che dopo qualche giorno questo diventava solido, commestibile, conservabile: formaggio. Nonostante questo, il nome "Feta" (φέτα) ci riguarda più strettamente di quanto si pensi. L'assonanza l'avranno in effetti notata tutti: non è un caso. L'etimologia originariamente riferita al bizantino "Pròsfatos" (πρόσφατος) è stata smontata. L'attuale nome del formaggio, "Feta", è invece di provenienza italiana, assimilabile al XVII secolo: "fetta". Probabilmente per un analogia con quei tipi di formaggi che venivano tagliati a fette per essere più facilmente trasportabili in casse e botti. La prova del nove è data dal dialetto ellenofono di Cipro, in cui il termine riferentesi al formaggio è tuttora "Fetta". La doppia "T" non è caduta.

Trovata pubblicitaria a parte, il caso della Feta merita un focus tutto suo per le conseguenze "diplomatiche" ed "economiche" che potrebbe avere. L'attuale consumo interno è di circa 100.000 tonnellate l'anno, quello estero di appena 40.000/50.000 tonnellate. Il ministero dell'agricoltura non nasconde l'ambizione: «L'obiettivo è promuovere la produzione all'estero e aumentare in modo considerevole la sua quota nel formaggio bianco», che è complessivamente 700.000 tonnellate. Se non fosse che...

La promozione governativa atta ad aumentare le esportazioni sta recentemente facendo storcere il naso ai vicini bulgari, e rischia di degenerare in una vera e propria guerra casearia, sgambetti e ostruzionismi inclusi. Il governo di Sofia, starebbe infatti valutando l'ipotesi di dichiarare il 2008 "anno del Sirene", il formaggio nazionale molto simile per gusto e forma alla più famosa "Feta", ma decisamente meno conosciuto al mercato internazionale (e soprattutto meno costoso). O almeno questa sarebbe la velenosa perversione lanciata da Julian Popov, un noto giornalista bulgaro che senza andar troppo per il sottile aveva scritto già a Novembre, arricciandosi ben benino: «E' da oltre novant'anni che la Bulgaria non partecipa ad una guerra balcanica. Ora abbiamo un'occasione per rimediare».

La possibilità del danno economico è reale, dal momento che la Grecia si è fatta un po' di nemici in Europa da quando, definitivamente nel 2005, ha ottenuto il diritto esclusivo di produrre la "Feta", con tanto di denominazione controllata. Germania e Danimarca per esempio, i cui ricorsi per la produzione di "Feta-locale" sono stati respinti dall'UE, potrebbero riversarsi nell'importazione di Sirene, con la benedizione di Sofia. La Bulgaria, di rimando, potrebbe finalmente far conoscere il suo prodotto all'estero e guadagnare quella notorietà internazionale che le è sempre mancata in ambito di mercato caseario. E magari concedere anche licenza alla produzione locale. Un bell'affare.

Nel bel mezzo del patetico caos che viene sollevato dalle grandi dispute economiche, (questo caso è uno tra i più chiari esempi che si potessero fare), non è stata considerata la terza possibilità: e se Roma, al termine del parapiglia, decidesse di far ricorso all'UE per il nome, "Feta", di provenienza italiana? Ahi, ahi...


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venerdì 16 novembre 2007

Πολυτεχνείο

Il 16 novembre è associato ad un importante ricorrenza in Grecia, tanto da esser giorno festivo per studenti e dipendenti del settore del pubblico impiego. E' infatti oggi celebrato l'anniversario della rivolta del Politecnico di Atene del 1973. Un avvenimento che diede il la alla restaurazione della democrazia, dopo il golpe dei colonnelli del 1967.

Un colpo di stato capitanato dalla CIA. Tant'è che, alle feroci critiche di "stupro della Democrazia", Jack Maury, responsabile dei servizi americani ad Atene, rispondeva emblematicamente: «Com'è possibile stuprare una prostituta?». Il governo Iu.Es.Ei. guadagnava un prezioso alleato, la Grecia del neo-sorto governo dittatoriale. Il resto mancia. Un avamposto ed un punto di nevralgica importanza proiettato verso l'europa orientale e satellitare dell'URSS. Non si poteva pretendere di meglio.

D'altronde la CIA non è altro che l'astrattismo dell'empirico "colpo di stato". Platone di fronte a tanta perfezione della sua teoria sul mondo delle idee si sarà morso le mani più e più volte. La CIA è stata un'avanguardia per cultori dell'esportazioni di democrazie di oggigiorno. Pensiamo alle svolte autoritarie di alcuni paesi del sudamerica. Pensiamo al tentativo di svolta autarchica in Italia: la P2 godeva di forti legami e finanziamenti della Central Intelligence; rapporti che sono poi stati confermati in modo diretto nel 1990 da Richard Brenneke e Razin, ex agenti segreti americani. Notare le coincidenze temporali. Non a caso, durante la dittatura di Papadopoulos, il governo greco ebbe stretti rapporti di collaborazione e sostegno con diverse formazioni della destra italiana, sia parlamentari, come il Movimento Sociale Italiano, sia extraparlamentari, come Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale, oltre che con certi ambienti eversivi del SID, i servizi segreti italiani. Insomma il sillogismo è sempre valido: «Se senti puzza di bruciato, è la CIA che ha appena scorreggiato nel tuo paese».

Stamattina si sono svolte le manifestazioni per il trentacinquesimo anniversario della rivolta degli studenti del politecnico di Atene. Le celebrazioni dureranno tre giorni; le porte del "Πολυτεχνείο" rimarranno aperte per chi vorrà seguire gli eventi in programma e visitare le mostre organizzate in ricordo dell'avvenimento. Le manifestazioni si concluderanno sabato pomeriggio quando, come ogni anno, una sfilata partirà dall'Università intorno alle 14:00 per dirigersi verso l'ambasciata degli Stati Uniti a ricordo del sostegno dato da Washington al colpo di stato militare del 1967.

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martedì 11 settembre 2007

"il grande incendio"/2

Sette giorni dopo l'effettivo spegnimento di tutti i roghi che, da quella maledetta notte tra il 23 e il 24 agosto, hanno devastato il Peloponneso ed Eubea, la Grecia continua ad interrogarsi sulla catastrofe vissuta. Eventualmente aggiornando la conta dei morti; tra il 4 e il 5 settembre infatti essa è passata da 64 a 66 dopo il decesso di un militare da giorni in ospedale in situazione critica, e l'ennesimo cadavere rinvenuto nei pressi di Zahàro, il paese che ha fatto segnare più morti in assoluto.

Le cifre del bilancio, se pur ben note, non vanno dimenticate. Più di centoquaranta villaggi scomparsi dalla cartina geografica, più di un milione di ettari di boschi e coltivazioni andati perduti, sessantasei morti, migliaia di senzatetto. Nel Peloponneso l'ha scampata solo la prefattura di Patrasso (Achaìa). Cosa è successo nei dintorni è tristemente risaputo. Paesi e montagne devastati nella morsa dei vari fronti dell'incendio. La prefattura di Pyrgos (Ilìas) e di Sparta (Lakonìas) nel caos, ma non solo. Insieme a vaste zone del Taigeto e del Parnonas bruciano anche zone delle prefatture di Tripoli (Arkadìas), Argo (Argolìda), Corinto (Korinthìas), Chalkìda (Eybia), Eubea appunto, ecc. Incendi dolosi da qui non si scappa. In molti dei luoghi interessati dalle fiamme sono stati rinvenuti indumenti imbevuti di benzina. Non ne fa segreto il signor Chiritis, parlamentare del PASOK: «L'unico fine di questa immane tragedia è la speculazione edilizia. Ogni estate ci sono incendi e sono sempre gli stessi ad appiccarli: coloro che vogliono acquistare la terra per pochi euro e, in un paese privo di un catasto nazionale, selvaggiamente lottizzarla».


«Bιβλικη καταστροφη», «Εθνικη τραγωδια χωρις τελος» intitolavano giornali e trasmissioni televisive. "Catastrofe biblica", "Tragedia nazionale senza fine". Ad Olympia è persino andata a fuoco una parte marginale del sito archeologico ed una buona fetta della collina che sovrasta l'antico stadio, ma poteva andare a finire ben peggio, se il vento non avesse fatto la grazia di soffiare in un'altra direzione. Una situazione da tragicommedia: arrivano i camion dei pompieri, ma non possono caricare acqua dal paese perchè è rimasto idricamente isolato. E allora si va avanti con due elicotteri da modesto carico, incrociando le dita e attendendo dei rinforzi che non sarebbero mai arrivati in tempo, perchè impegnati a combattere il fuoco da qualche altra parte. Disorganizzazione e mal-coordinamento. Vergogna.

La Grecia riflette su quel che è stato ma anche su quel che sarà. L'estinzione del fuoco non corrisponde alla fine dei problemi. Anzi è ora che viene la parte più difficile. Che risposta dare alle migliaia di senzatetto? Cosa andare a dire a chi ha perso oltre alla casa, anche le sue coltivazioni, cioè quello di cui campava? Le prefatture Ilias e Lakonias sono due tra le maggiori esportatrici di olive ed olio. Tra meno di un mesetto ci sarebbe stata la raccolta... Difficile credere che i tremila euro di risarcimento a tutte le vittime possano far tornare il sorriso a qualcuno. A Zahàro è stata anche allestita per loro una tendopoli in spiaggia. Terribili le dichiarazioni di alcuni volontari lì presenti per cercare di recuperare dal punto di vista psicologico queste persone; molti non vogliono più vivere. Con che coraggio si può dire ad una coppia di ottantenni di rimettere in piedi qualcosa che si è guadagnato duramente nel corso della sua vita con tanti sacrifici?

Ci si interroga, con un occhio rivolto alle elezioni ormai prossime di domenica. A chi vanno addossate le responsabilità? Il governo di centro-destra uscente ND ("Nea Democratia") di Kostas Karamanlis ha a lungo sostenuto la tesi dell'impotenza di azione delle forze anti-incendio su così tanti fronti. Ed in effetti la situazione è stata difficile da gestire: gli incendi accesi in rapida sequenza nelle ore della notte, l'assenza in molte aree di collegamenti stradali che avrebbero garantito un maggiore pronto intervento dei vigili del fuoco, le avverse condizioni climatiche dovute al forte vento. Ciò non basta tuttavia a giustificare una situazione andata abbondantemente fuori controllo. Dura la linea del PASOK ("PAnellinio SOcialistikò Kinima"), il maggiore partito d'opposizione, centro-sinistra, presunto socialista: «Il governo, per incuria o negligenza ha smantellato l'apparato di sicurezza che era stato creato nel 2004 per le Olimpiadi di Atene». Il quale tuttavia si è evidentemente dimenticato di spiegare e ricordare i 240 incendi dell'agosto 2001, epoca in cui governava. Dura, durissima la posizione dei partiti di sinistra KKE ("Komunistikò Komma Elladas") e SIRIZA ("Synaspismos Risospastikis Aristeras"), unanimi nel denunciare l'incapacità dei due partiti che si alternano da 30 anni al governo del paese. «Non c'è motivo di temere un nuovo scenario, anzi. Siamo contro ND e PASOK. Bisogna rompere questo bipartitismo, perchè ci ha portato alla catastrofe. Dopo il voto ci auspichiamo fortemente di avere un "penta-partitismo"».

I sondaggi hanno evidenziato come sia ND che PASOK abbiano perso entrambi circa due punti percentuali a favore dei partiti minori. Il partito di Karamanlis raccoglie ora il 29.5% dei consensi, il PASOK il 28.1%; in crescita KKE e SIRIZA, rispettivamente 8,1% e 4,7%, ma anche il partito di estrema destra LAOS, col suo 3,6%. Conterà vedere come si distribuiranno gli indecisi. In spagna Aznar perse la corsa per il governo in seguito agli attentati del marzo 2004. In Grecia paradossalmente il PASOK ha perso leggermente terreno rispetto a chi sta al governo adesso, e cioè ND. Quel che più colpisce è proprio questo: entrambi i partiti maggiori perdono preziosi punti percentuali, ma il distacco tra loro rimane inalterato, ed anzi leggermente maggiore di prima. A favore di KKE, SIRIZA e LAOS. Una cosa che qui in Italia verrebbe chiamata "crisi della politica". Voglia di cambiare aria...

E che il prossimo fuoco ad Olympia, possa essere quello piccolo di una torcia che arriverà a Pechino.

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martedì 19 giugno 2007

quel pezzo d'italia che parla greco

O sarebbe meglio dire: quel pezzo d'Italia che parla greco-vutano e grìko. O ancora, usando la nomenclatura utilizzata in Grecia, «Katoitaliòtika» (= «Italiano del Sud»). Una vera e propria lingua, non un semplice dialetto di italiano o di greco moderno. Uno splendido esempio di melting-pot linguistico che rischia l'estinzione. L'isola linguistica "italo-ellenofona" si trova attualmente in alcuni comuni della provincia di Reggio Calabria (Greco-vutano) ed alcuni comuni della provincia di Lecce (Grìko). Il parlamento italiano ha riconosciuto questo gruppo etnico come «minoranza linguistica greco-calabra e greco-salentina».

Residui di una Magna Graecia mai scomparsa. Comunità che nel corso degli anni hanno conservato una identità storico culturale tutta loro, nonostante un accerchiamento linguistico-culturale «alieno». E' stato il glottologo e filologo tedesco Gerhard Rohlfs (1892-1986) a riportare alla ribalta questa splendida realtà. L'«archeologo delle parole», come fu in seguito ribatezzato, contribuì molto alla salvaguardia di questa lingua. «Glossa» caduta nell'oblio per molti anni, ed ignorata sia in Italia che in Grecia. Discussa, è comunque la sua origine. Alcuni ritengono sia un'evoluzione diretta del greco parlato nella Magna Graecia in periodo ellenistico (ne sarebbe prova il fatto che presenta parole che oggi in Grecia sono sconosciute o scomparse, di probabile estrazione greco-dorica); altri credono sia un dialetto di derivazione greco-bizantina, diffuso in seguito all'immigrazione massiccia dell'VIII secolo, quando le campagne militari dell'imperatore Basilio I costrinsero all'esodo numerose popolazioni dell'area greco-bizantina.


Il Greco-vutano, così come il Grìko, vengono menzionati da «Ethnologue» come dialetti del greco moderno. Ed in effetti apparentemente potrebbe anche sembrarlo. In realtà però la catalogazione è riduttiva per la storia di questo idioma. Nella Bovesia e nella Grecia Salentina, «la lingua, nel tempo e a causa della notevole distanza dalla madrepatria, si è logorata, ha perso quasi interamente i nomi astratti, ha assottigliato il numero degli aggettivi e degli stessi nomi concreti, ha apportato elisioni e scambi di lettere, ha accolto in sé numerosi prestiti da altre lingue e, in particolare, dai dialetti italofoni, dando loro desinenza greca e, per così dire, grecizzandoli, mantenendo, però, vivi alcuni suoni, forme e vocaboli che in Grecia sono andati persi nel corso dei secoli», come si legge in una nota dell'Ufficio minoranze linguistiche - Ministero Interno. Ed in effetti la grecizzazione dei termini italiani c'è stata. Non solo: il processo è stato biunivoco. Contemporaneamente è avvenuta un'italianizzazione della grammatica. E' in questo senso che il greco-vutano e il grìko non è un dialetto ma una splendida lingua ibrida.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati interessanti strumenti didattici di grammatica, sintassi e lessico. Il «grecanico», altro termine per designare questa lingua calabro-salentina senza distinzioni geografiche, si presenta come una lingua semi-greca scritta con lettere latine. I suoni interdentali (Θ, Δ) e velari (Χ, Γ) praticamente scompaiono. La "K" è trasformata sistematicamente in "C". La "S" finale per i sostantivi non appare. Mentre la costruzione della frase è identica all'italiano: Soggetto - verbo - complemento oggetto.

Attualmente il greco-vutano e il grìko sono menzionati nel "Red book" dell'UNESCO come lingue in via di estinzione. L'abbandono progressivo della lingua è dovuto al fatto che essa è stata indicata per anni come una forma "bassa" di espressione tipica delle popolazioni rurali o pastorali ed analfabete. L'emigrazione verso le città ha fatto il resto. Al giorno d'oggi viene parlato principalmente dalla componente anziana della popolazione dei comuni della Bovesia e della Grecia Salentina. Molte iniziative culturali stanno cercando di valorizzare questo patrimonio linguistico per far sì che non si estingua definitivamente. Numerosi sono ad esempio i festival musicali di grecanico che si svolgono annualmente: "O Nostos" a Bova Marina, "Paleariza" a Reggio Calabria e "Notte della Taranta", grande concerto organizzato dai comuni della grecia salentina in cui la locale musica folklorica si ibrida con altre tradizioni ed esperienze musicali.

Proprio la musica deve prendere in mano la situazione. E' il mezzo più potente per raggiungere i giovani disinterassati a qualcosa che loro forse percepiscono come "volgar dialetto". La musica è chiamata a dare un nuovo slancio al grecanico. Far sì che non si estingua. E non posso che non vedere gli "Après la classe" con grande stima, per aver ripreso un brano in grecanico scritto da Domenico Palumbo nel 1854, in una delle loro canzoni:
Kalinifta. Così come il "Canzoniere grecanico salentino". E tutti gli altri che si stanno impegnando in tal senso.






















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lunedì 28 maggio 2007

geni nazionali


[Tratto da TABARD 2.0 - Paolo]


C'è un gran silenzio vicino al cimitero di Skistò. Adesso che le moto sono rombate via e le pale dell'elicottero han smesso di falciare l'aria, il pilota si rigira tra le dita il koboloi che il sequestratore gli ha regalato e spera tanto che la polizia gli crederà. È il 4 giugno 2006 e Nikos Paleokostas ce l'ha fatta un'altra volta.

Nikos è il ladro più famoso del paese e l'elicottero gli è servito per liberare suo fratello Vassilis dal carcere di massima sicurezza di Korydallòs, vicino ad Atene. Considerato dalle forze dell'ordine elleniche il loro criminale più pericoloso, nel 2006 era primo nelle liste dei ricercati con una taglia di circa 800mila euro, 19 mandati di cattura, foto segnaletiche sparse in tutta Europa, unico criminale greco inserito nella top 100 del FBI, condannato in contumacia da diversi tribunali per un totale di 87 anni di prigione. A partire dal 1988 ha fatto 27 rapine tra Salonicco, Ioannina, Kalamata, Amaliada e la sua amata Trikala. Catturato per la prima volta nel 1989 riesce a scappare dopo meno di un anno calandosi dalla finestra del carcere. Ricatturato nel febbraio successivo rimane solo due mesi a Korydallos prima di riuscire ancora a evadere, facendo un buco nel pianale del furgoncino che lo stava trasferendo. Il ministro dell'interno gli chiese pubblicamente di tornare, per favore. Da allora rimase latitante per circa 16 anni (è stato arrestato nel settembre 2006), periodo in cui è scampato a tredici tentativi di cattura grazie anche alla solidarietà e alla collab
orazione della gente, soprattutto della zona di Trikala, la zona montagnosa della Grecia centrale, dove è nato e cresciuto e di cui conosce ogni anfratto e sentiero. Quella Grecia dura, brusca e montagnosa, lontanissima dalle isolette dell'Egeo e dai templi ateniesi, terra di pastori e camionisti. Qui viene trattato alla stregua di un partigiano e di un amico del popolo perché non ha mai ucciso nessuno e soprattutto perchè ha sempre lasciato parte del suo bottino a chi lo ospitava e lo copriva, generalmente gente povera. Durante la fuga dopo una rapina a Kalabaka, cominciò a buttare soldi dalla macchina per rallentare l'inseguimento della polizia. Un'altra volta entrò in un albergo e chiese gentilmente al gestore di prestargli la sua macchina; lasciò 250 euro per il taxi e dopo tre giorni telefonò le coordinate per recuperarla. Quando non aveva una macchina si arrangiava con soluzioni alternative: una delle sue ultime rapine in banca se l'è fatta in bicicletta. Durante un tentativo di arresto la sua macchina fu fermata, ma lui riuscì, ferito, ad infilarsi in una vicina macchia e a seminare gli inseguitori. Tre giorni dopo rapinava una banca dei dintorni. La rapina più ricca gli fruttò un bottino di circa 500mila euro: l'aveva organizzata il giorno prima.

Ora è di nuovo in prigione, ha 44 anni, aspetta il processo e sicuramente progetta la prossima fuga che lo riporterà a nascondersi tra le montagne e i pascoli di Trikala, l'unico posto dove si sente vivo: "Se non vivi pericolosamente, la vita non ha senso e una volta cominciato non puoi più cambiare. Il pericolo ti porta faccia a faccia con i tuoi limiti ed è bello vedere il mondo una volta superati quei limiti; e se anche la vista non è bella è almeno così diversa che ne fa valere la pena. Quello che conta, nella vita, è il diverso".

Paolo



lunedì 23 aprile 2007

tributo a mikis theodorakis

Conosciuto ai più come l'autore della colonna sonora "Sirtaki" all'interno del film "Zorba the greek" (1964), Mikis Theodorakis è in realtà molto di più: senza esagerare, probabilmente la figura più rappresentativa della Grecia contemporanea. E questo perchè oltre al rinnovamento musicale ed artistico portato (vedi il Sirtaki, variante del tradizionale Hasàpiko), egli ha saputo coniugare un grande impegno nella vita politica del paese.

E' forse l'avvicinarsi del 25 aprile che mi ha spinto, con un parallelismo più o meno azzeccato, a scrivere qualcosa su Theodorakis, voce della Resistenza greca durante la dittatura dei colonnelli guidata da Papadopoulos (1967-1974). Musica silenziosa, per la clandestinità cui era ridotta; musica fragorosa, per le orecchie di chi la sentiva. Ne sono fulgidi esempi canzoni come "Όταν σφίγγουν το χέρι" (Quando ti stringono la mano), "Κι εσύ λαέ βασανισμένε, μη ξεχνάς τον Ωρωπό" (Tu popolo torturato, non dimenticare Oropòs), "Το σφαγείο" (Il mattatoio), "Το παληκάρι έχει καημό" (Il giovane ha un dispiacere) "Ειμαστε δυό" (Siamo due), e molte altre.

Alcune sono una cruda denuncia delle violenze inumane perpetuate ai dissidenti al regime; altre sono esplosioni di rabbia, talvolta rammaricati o quasi rassegnati, talaltra caricati di enfasi, quasi veri e propri inni alla lotta per una "terra che è nostra, che nessuno potrà toglierci, nessuno potrà toglierci, nessuno potrà toglierci".

Le musiche proibite, circolarono segretamente. Persino all'interno di una stessa famiglia, per non rischiare involontarie fughe di notizie e "spiacenti" compromissioni. Mia madre, per esempio, non seppe mai della raccolta di dischi nascosti da mio nonno in qualche angolo remoto della casa, se non dopo la caduta dei colonnelli. C'era di che aver paura. E a ragione. Nel dicembre 1969, Amnesty International stimò per difetto che il numero di coloro che erano stati sottoposti a torture assommava almeno a duemila individui. Andreas Lentakis, l'attivista del movimento "Lambrakis" di cui si parla in "Το σφαγείο", incarcerato insieme a Theodorakis nelle carceri di Koridallòs, fu uno di questi.

ΤΟ ΣΦΑΓΕΙΟ (il mattatoio) - (video)
A mezzogiorno torturano nell’ufficio, conto i colpi, misuro la sofferenza.Sono una bestia che menano al macello quest’oggi tocca a te, domani tocca a me. Stasera torturano Andreas sulla terrazza... conto i colpi, misuro il sangue. Ci troveremo insieme di nuovo accanto al muro: "tac-tac", i tuoi colpetti; "tac-tac", i miei colpetti...sta a significare, in questa lingua muta: "resisto bene, stai tranquillo, non cedo". Comincia la sagra dentro i nostri cuori: "tac-tac" fai tu, "tac- tac" rispondo io. Profuma di timo il mattatoio e nella nostra cella è un cielo color sangue.


Scardinare il binomio Zorba-Theodorakis, significa ricordare decine di queste canzoni, simbolo di una generazione, capaci di unire il popolo greco e dargli la forza per scaricare, grazie al prezioso sacrificio degli studenti del Politecnico (14-17 novembre 1973), l'odiosa giunta militare che si insediò col placet della CIA nel dicembre 1967. Mikis Theodorakis è questo. Capace con la sua musica di stringere attorno a sé un popolo.

Zorba, fatti da parte.


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lunedì 19 marzo 2007

Grecia: continua la protesta dei studenti e docenti

Non cessano le contestazioni in grecia. Anche giovedì scorso cinque-seimila studenti si sono riversati nelle strade di Atene, per manifestare contro la controversa riforma dell'istruzione universitaria voluta da Kostas Karamanlis e dal governo di destra targato "Nea Demokratìa", ed approvata due settimane fa in Parlamento grazie anche all'appoggio del maggior partito di opposizione, quello dei socialisti di Giorgos Papandreou, in arte, "PASOK" (PAnellìnio SOsialistikò Kinima). I docenti universitari, hanno deciso sabato, di continuare anch'essi la protesta per la loro undicesima settimana, anche per solidarietà di quegli studenti arrestati nelle precedenti contestazioni: la federazione panellenica degli insegnanti universitari (POSDEP) ha optato per questa soluzione nonostante le pressioni ricevute affinchè ponessero fine a questo round di proteste che dura da tre mesi. Mercoledì è prevista una manifestazione degli insegnanti davanti al tribunale di Odos Evelpidon, dove saranno processati i 49 giovani arrestati l'8 marzo, mentre giovedì sarà la volta di una nuova marcia anti-riforma insieme al corteo studentesco.

La protesta collettiva studenti-insegnanti ha avuto inizio il maggio dell'anno scorso. La grande mobilitazione e l'occupazione delle università avevano allora convinto il governo a rimandare i suoi propositi, ma non a cancellarli dalla propria agenda. E' così partita una seconda ondata di manifestazioni ad ottobre: insegnanti in sciopero e occupazione di più di 1000 scuole. Dopo sei settimane, sotto la pressione di un'infame campagna di disinformazione, la protesta è stata indirettamente sedata, terrorizzando l'opinione pubblica con fantasiose storie circa "orge sessuali" avvenute all'interno degli istituti occupati...roba da "Contessa" di Paolo Pietrangeli. La non disponibilità a trattare, ha acuìto spropositamente la protesta. Gennaio: terza massiccia ondata di agitazione. Dal mercoledì 10 in poi, è stata organizzata una manifestazione ogni week-end, con migliaia di studenti e insegnanti (il POSDEP aveva dichiarato nel frattempo sciopero generale). La sordità del governo ad ogni genere di apertura è stata disarmante. Si è così giunti senza troppi scrupoli, due settimane or sono, all'approvazione parlamentare.

Ma che cosa prevede la famigerata riforma? Vi è in primo luogo una revisione dell'articolo 16 della Costituzione greca in cui si stabilisce il diritto di ogni cittadino ad un'istruzione pubblica, gratuita e libera. Verranno di fatto sospesi i finanziamenti pubblici alle Università, che si troveranno di fronte al problema dell'auto-finanziamento. La distribuzione gratuita dei libri per i corsi obbligatori verrà abolita, l'assistenza sociale agli studenti poveri verrà ridimensionata come pure la rappresentatività degli studenti nei consigli di facoltà. Inoltre, l'istituzione nota come "Asilo Universitario", che stabilisce il diritto alla libera espressione ed al libero scambio di opinioni ed azioni politiche all'interno dei campus universitari sarà praticamente cancellata. In secondo luogo, le università riformate saranno più autoritarie verso gli studenti: ogni studente potrà fallire solo due esami per ogni corso e finire i suoi studi entro n anni più due. L'introduzione di istituzioni private per la formazione, come pure il riconoscimento di tre anni di baccellierato all'estero, aboliranno il carattere universale dei titoli universitari e le qualifiche universali d'impiego. Ogni laureato avrà la sua laurea "individualizzata" senza alcun potere contrattuale nel mercato del lavoro.

Gli studenti, tramite il coordinamento plenario delle assemblee delle unioni studentesche hanno avanzato le seguenti richieste:
- Nessun cambiamento della legislazione sull’istruzione superiore. Respingiamo ogni proposta di restrizioni ai danni degli studenti basate sul numero degli esami o degli anni di corso. Respingiamo l’abolizione dell’accesso gratuito per gli studenti ai libri dei corsi obbligatori. - Rigettiamo il sistema della mercificazione del sapere come pure dei managers in affitto.
- No alla revisione dell’articolo 16 della Costituzione. Diciamo NO alle università privatizzate e mercificate.
- Chiediamo l’abolizione della legislazione prevalente per la valutazione delle università. Respingiamo la svalutazione/individualizzazione delle nostre lauree e delle conseguenti qualifiche per l’impiego.
- Titoli universitari con piene ed universali qualifiche per l’impiego, senza alcuna individualizzazione.
- Il nostro diritto ad un impiego stabile e duraturo con stipendi decenti e tutele sociali. Diciamo NO all’impiego flessibile e precario.
- Istruzione libera e pubblica per tutti. Alloggio e vitto gratuiti, insieme ai libri per i corsi obbligatori. Aumento della spesa pubblica per l’istruzione superiore in base ai bisogni degli studenti.
- Tempi di studio umani.
Il POSDEP si è riservato di elaborare una contro-proposta alla riforma. Settimana prossima si terrà una riunione generale atta a decidere il documento condiviso da presentare.

Quello dell'istruzione universitaria greca, è un problema che si trascina da diversi anni. La carenza dei posti ha spinto negli anni scorsi a rigide politiche di selezione degli studenti nelle scuole, basate sui risultati dell'esame di 3° liceo (le scuole sono strutturate in elementari gimnasii e licei con durata di 6-3-3 anni) e quelli di ammissione universitaria. Chi non riesce ad ottenere punteggi idonei ad entrare nella facoltà d'interesse, cioè la grandissima maggioranza degli studenti, spesso migra in città non sue. La situazione risulta particolarmente paradossale per gli ateniesi, che pur disponendo sul proprio territorio ogni genere di università, e proposta formativa ad essa associata, si vedono costretti a lasciare la capitale per luoghi più o meno "periferici" e inusuali. Nelle migliori delle ipotesi capiti a Salonicco o Patrasso; nelle peggiori Ionnina, Kastoria, Kozani, Xanthi, Alexandroupolis o quant'altro. C'è poi una buona fetta di studenti che opta direttamente al trasloco di nazione: mete più gettonate la Spagna, l'Italia e la Germania.

Sebbene i problemi siano già presenti, la riforma si muove in direzioni troppo divergenti per poter sostenere che nasca da quelle esigenze sopra citate. La svalutazione dei titoli di studio ("Dorean spoudes" recitavano appunto gli striscioni delle manifestazioni) e la trasformazione delle università in istituzioni yes-profit non possono rappresentare una soluzione convincente alle problematiche coinvolte. Il governo Karamanlis ha semplicemente preso come pretesto un problema per crearne un'altro due volte più grande. L'impostazione universitaria da lui voluta, rischia seriamente di aprire le porte per molti giovani ad un modello d'impiego insesorabilmente a basso costo e flessibile. E lo ha fatto senza ascoltare nessuna delle parti in causa.

Una mano gliel'hanno pure data le offensive di alcuni gruppi anarchici, inutile negarlo. E' stato estremamente più facile gettare fumo negli occhi dell'opinione pubblica e porre in cattiva luce le contestazioni studentesche, anche se, con tali gruppi, avevano ben poco da spartire. La cieca battaglia dei gruppi anarchici a suon di pietre e bottiglie molotov contro la polizia, anch'essa poco tenera per la verità, ha dato il pretesto fin troppo comodo, per giustificare le aggressioni della stessa polizia durante le manifestazioni anti-riforma. Il fuoco aperto dalle forze dell'ordine per intimidire gli studenti è rientrata così, secondo la logica di Karamanlis, che non nasconde il suo bel culto per il Dio Machiavelli, nell'ambito di "azioni all'interno della legalità". Ad arricchire questo prezioso bagaglio di cultura reazionaria, la notizia della possibilità di dotare la polizia di "pallottole di plastica" da potersi usare durante le "manifestazioni" (a sua vista) problematiche... Un bel salto al 1974 e alla dittatura dei colonnelli, non c'è che dire.

E ora? Con tutta probabilità le contestazioni proseguiranno fino a Pasqua. "Il fiume non torna indietro" è stato il motto adottato dagli studenti dal maggio dell'anno scorso, per ribadire che le dimostrazioni non si sarebbero fermate ma anzi aumentate. La sensazione però, è che la frittata sia ormai stata già fatta, servita e mangiata.



(8 MARZO)


martedì 13 marzo 2007

A Nicosia, (forse) un nuovo check-point

Il sesto e più significativo check-point tra Cipro e Repubblica turca di Cipro-Nord, è inizializzato all'apertura tra giovedì notte e venerdì a Nicosia (il terzo nella città). Un evento spettacolarizzato dalla simbolica demolizione del muro in Odos Lidras, ma non destinato a risolvere i problemi al semplice schioccar delle dita (video <-togliere l'audio: serve solo a confondere le idee).

«Ora vedremo se i soldati turchi si ritireranno, per capire se il passaggio verrà aperto o no. Perché se le truppe non vengono ritirate, non ci può essere un passaggio» ha subito precisato il presidente greco-cipriota Tassos Papadopoulos, durante un vertice dell'UE in corso a Bruxelles. Il problema nonostante tutto rimane sempre quello: aspettare che Ankara risponda positivamente. Rasit Pertev, consigliere del "capo di governo" di Cipro Nord Mehmet Ali Talat, si è dimostrato contento: «Il dinamismo creato da questa mossa porterà all'apertura del passaggio». Le richieste del governo cipriota sono l'arretramento dell'esercito turco e il consolidamento dei palazzi situati sui due versanti del valico. Ciò vuol dire che qualora Ankara optasse per il ritiro delle truppe, quello di Odos Lidras diventerebbe di fatto il terzo check-point a Nicosia, dopo quelli di Ledra Palace Hotel e di Aghios Nikolaos. Richieste ragionevoli. Eppure dalla Turchia non giunge mezzo segnale: vuoi per la delicatezza di una misura, alla vigilia delle prossime elezioni politiche e presidenziali, su un'isola invasa più di trent'anni fa che ha da sempre rappresentato un chiodo fisso; vuoi per i recenti sgarbi gas-petroliferi (vedi "ancora tensioni tra cipro e turchia").

Insomma, la faccenda è tutt'altro che risolta. Né è stato abbattuto il muro, come si è erroneamente affermato in gran parte dei media e siti che hanno riportato la notizia. L'affermazione corretta che si sarebbe dovuto diffondere è: "A Nicosia, si è aperta una nuova breccia nel muro. Forse farà posto al terzo check-point nella città". Evidentemente il desiderio del titolo ad effetto, ad alto tasso distorcente ha prevalso. E così, la notizia è stata riportata sotto la voce: "Cipro cade l'ultimo muro d'Europa", "Nicosia: i greco-ciprioti abbattono il muro", "Cipro abbattuto a Nicosia l'ultimo muro europeo", "Svolta storica cade l'ultimo muro", "Cipro completamente abbattuto il muro che divideva Nicosia", ecc. ecc. ecc.


Le conclusioni che si possono trarre dal gesto del governo Papadopoulos? Essenzialmente va letto come un buon segnale di disponibilità che mette di fatto Cipro in buona luce di fronte al vigile osservatorio UE. Volendo essere spietatamente cinici e maliziosi si potrebbe quasi dire che sia stato un gesto ben studiato per cogliere di sorpresa e mettere in crisi la Turchia, che non si poteva certo attendere un gesto così eclatante, e al contempo non può permettersi altri errori o figuracce internazionali se vuole ancora avere uno straccio di credibilità nella sua richiesta di adesione alla comunità europea. Respingere le richieste di Papadopoulos dopo questo suo inequivocabile segnale di disponibilità, significherebbe per Ankara incrinare seriamente le chances di essere accolta nell'UE. Soprattutto dopo che il commissario UE Olli Rehn ha detto che saranno stanziati centomila euro per «finanziare tutte le azioni mirate alla stabilizzazione della zona di passaggio». Ma aldilà di quest'ipotesi, quella del governo cipriota, resta a tutti gli effetti una decisione importante e significativa, anche per il luogo: Odos Lidras. Non certo una via marginale.


Tuttavia c'è anche da constatare che non si verificherà mai, per esempio, un movimento popolare di greci e turchi che abbatta il muro come avvenne a Berlino. Lì la popolazione era stata divisa deliberatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma costituiva un unico blocco originario. A Nicosia-est e il resto della Cipro-Nord turca illegale, la popolazione invece è stata trapiantata direttamente dalla turchia nel corso degli anni che vanno dal 1974 in poi. In questi coloni non è presente in nessun modo un'identità cipriota definita. Dunque, perchè dovrebbero considerare fratelli i ciprioti grecofoni dall'altra parte della linea verde ONU?


Ragioni per cui non è pessimistico affermare che la situazione rimarrà sospesa ancora a lungo.




lunedì 5 febbraio 2007

ancora tensioni tra cipro e turchia

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il lupo in questione si chiama Turchia, aspirante new entry dell'Unione Europea. Questa settimana si è resa protagonista di una di quelle brillanti azioni "diplomatiche" grazie alle quali tiene sotto torchio l'isola di Cipro dal 1974, anno in cui la occupò militarmente nelle regioni di Famagusta, Kyrenia e nord Nicosia.

Il governo di Ankara infatti, ha lanciato negli ultimi giorni un monito a Cipro che sa molto di ingerenza politica ed economica. Il contenzioso riguarda i piani di esplorazione di giacimenti di gas e petrolio che il governo cipriota, in collaborazione con Libano ed Egitto, sta attuando. Gli accordi siglati tra i tre paesi, prevedono una stretta cooperazione in fase di sondaggio marino ed in caso di scoperta di giacimenti di idrocarburi degni di nota. Cosa ritenuta molto probabile nelle acque tra Cipro e Libano, tant'è che la società norvegese di consulenza energetica PGS, sta già lavorando per quantificare i volumi estraibili e il livello di rischio sismico. Tutto questo è stato decisamente troppo per il governo di Ankara, sentitosi improvvisamente tagliato fuori dai giochi.

Vi ricordate la favoletta di Fedro "lupus et agnus"? Il lupo, in cerca di cibo, accusa l'agnello di aver parlato male di lui sei mesi prima, per giustificare il fatto che da lì a poco se lo sarebbe mangiato. E quando questo gli fa notare che, allora, non era ancora nato, il lupo lo mangia lo stesso. Ebbene, martedì scorso, il ministro degli esteri turco ha chiesto a Beirut ed al Cairo di "congelare" tali accordi, poichè delegittimerebbero de facto la giurisdizione della "Repubblica di Nord Cipro" sul mare che la circonda. Un'assurdità autentica, dal momento che lo staterello nord cipriota, frutto di un'occupazione militare illegale, si è autoproclamato stato da solo, e sovrano di un terzo della superficie totale dell'isola, senza nessun riconoscimento a livello internazionale, se non quello di mamma Turchia stessa. Qual è stata, quindi, la "diplomatica" risposta di Ankara a questo? Nessuna. Ha semplicemente iniziato a sua volta ad operare perforazioni petrolifere nel Mediterraneo orientale. Il governo cipriota, dopo averla definita come un "pirata all'interno della disputa", ha annunciato che, di fronte alla "posizione provocatoria della Turchia", farà un imminente ricorso all'ONU e all'Unione europea per denunciare questi fatti. «Se Ankara sta interpretando male l'esercizio dei nostri diritti, allora che interpretazione potrebbe essere data alle sue reazioni minacciose?», ha affermato il portavoce del governo cipriota Christodoulos Pasiardis, continuando: «L'unica interpretazione possibile, è che la Turchia si sente, si comporta e agisce come un poliziotto all'interno della nostra area, e qualche volta come un vero e proprio pirata incontrastato del est Mediterraneo».


La situazione rischia di condurre ad una nuova escalation di ostilità. Eppure, dopo trent'anni di conflitti e negoziati falliti, l'entrata nell'UE di Cipro, e quella probabile della Turchia, doveva sancire l'inizio della pace tra i due paesi. Pace che avrebbe compreso una riduzione territoriale dello stato fantasma nord turco-cipriota dal 36% al 28,5% dell'intera isola. Soluzione che non avrebbe potuto ad ogni modo far contenta la comunità greco-cipriota dell'isola, specie per quei 180.000 profughi che nonostante tutto, non riusciranno più a far ritorno nelle loro antiche terre, da cui sono stati espulsi durante l'occupazione del 1974.


Tuttavia la Turchia non sembra disposta ad accettare le condizioni dell'Unione europea, motivo per il quale, la promozione della sua candidatura è ancora in fase di stallo. In primo luogo perchè continua la sua politica d'embargo nei confronti della Cipro legale e grecofona, a cui sono tutt'ora preclusi i porti ed areoporti in terra anatolica, in pieno contrasto con le regole dell'UE. L'altro problema, riguarda il sempre crescente stravolgimento demografico che la Turchia promuove in Cipro portando in essa migliaia di coloni, per consolidare la sua presenza. Sono arrivati almeno altri 100.000 turchi dal 1974 in poi. Infine, l'ultimo grande punto di discordia è il suo contingente militare presente sull'isola. Per spiegare questa massiccia presenza, la Turchia ha persino osato dichiarare che la comunità turca in Cipro si sente minacciata dalla guardia nazionale cipriota! Stop: "Quello, respinto dalla forza della verità: «Sei mesi fa» - aggiunge - «hai parlato male di me!». Risponde l'agnello: «Ma veramente... non ero ancora nato!». «Per Ercole! Tuo padre» - dice - «ha parlato male di me!». E così, lo afferra e lo uccide dandogli una morte ingiusta". Restart. Sull'isola cipriota è presente una green line con 1200 caschi blu dell'ONU, che fa da garante, nel mezzo, alle due realtà dell'isola: Cipro e Cipro-occupata (o "Repubblica turca di Cipro Nord"). Il governo di Nicosia ha attualmente a disposizione come guardia nazionale 9.000 uomini, contro i 40.000 dell'esercito turco stanziato nella repubblica illegale. Bel coraggio Ankara, a fare certe dichiarazioni. Contando anche che Nicosia si è detta disponibile ad azzerare il suo contingente in cambio di un incremento dell'esercito internazionale garante. Ipotesi che il governo turco non ha proprio intenzione di prendere minimamente in considerazione.

«Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti».



sabato 13 gennaio 2007

un antiamericanismo tutto ellenico

12 gennaio, ore 5.58, via Vassilisis Sofia, Atene. Un razzo anticarro FG7 da 2.26 pollici, di probabile fabbricazione est-europea, viene scagliato contro la facciata dell'ambasciata americana nella capitale greca, uno dei palazzi notoriamente più protetti in città. Il colpo viene probabilmente sparato da una macchina in movimento, tant'è che è viene trovato il tubo di lancio del razzo proprio nello spiazzo antistante l'ambasciata. Per fortuna l'esplosione non provoca morti né feriti, dato anche l'orario pre-lavorativo. L'ordigno è penetrato attraverso il vetro corazzato di una finestra all'altezza del terzo piano dell'edificio, proprio dove dall'esterno campeggia la testa della grande aquila, il simbolo degli Stati Uniti ed "è finito in uno dei bagni al terzo piano dell'ambasciata", come ha riferito una fonte della polizia. Il movimento di sinistra-marxista "Epanastatikòs Laikòs Agònas" non tarda a rivendicare questo attacco, con una telefonata fatta da due anonimi, e di cui dà per prima la notizia l'emittente televisiva privata "Mega". L'Epanastatikos Agonas si era già reso protagonista di altre azioni simili in passato, mentre l'ultimo attacco diretto alla sede diplomatica USA è datato febbraio '96: anche allora fu lanciato un razzo anticarro (ma da 3.5 pollici!) contro la parte posteriore dell'ambasciata.

Questi che, per chi non abbia mai avuto la possibilità di vivere in modo diretto la realtà greca, possono sembrare apparentemente solo vacui e gratuiti vandalismi di una frangia estrema, non sono altro che la manifestazione più violenta di un comune e trasverale antiamericanismo che coinvolge da sempre la popolazione ellenica. Per rendere un'idea: vi ricordate che fischi assordanti ha ricevuto la nazionale americana nel giorno di inaugurazione delle olimpiadi del 2004 all'olimpico "Oaka Spiros Louis"? E l'accoglienza riservata a Condoleeza Rice l'aprile dello scorso anno quando venne in visita diplomatica ad Atene? C'erano delle gigantografie appese ai palazzi con scritto "Rice go home"! Questo diffuso sentimento affonda le sue origini nel colpo di stato del 1967 da parte della giunta militare guidata da Papadopoulos, la cosidetta "Hoùnta" (Χούντα). Il regime monarchico-costituzionale fino ad allora vigente, venne sostituito dalla "dittatura dei colonnelli", con un appoggio aperto e pesante del governo americano, tant'è che la CIA non si preoccupò neanche di nascondere la sua simpatia per il golpe; alle feroci critiche di "stupro della Democrazia" il responsabile dei servizi segreti americani ad Atene Jack Maury rispondeva semplicemente: «Com'è possibile stuprare una prostituta?». Era chiaro che il neo-sorto governo reazionario, rappresentava agli occhi americani, in epoca di guerra fredda, un prezioso alleato nonchè avamposto, un punto nevralgico e strategico proiettato verso l'europa orientale e satellitare dell'URSS. Si dovette aspettare il 1974 per tornare alla normalità, con la rivolta del Politecnico di Atene: gli studenti scioperarono barricarondosi all'interno dell'Università, ed avviarono una feroce contestazione del regime mettendo in funzione una stazione radio che trasmetteva nell'area di Atene. Seguì una sanguinaria repressione, ma il regime era stato ormai intaccato irrimediabilmente: il generale Ionnides rimosse Papadopoulos e cercò di mantenere il potere in mano ai "colonnelli" senza successo; l'elezione di Karamalis nel novembre 1974 pose fine alla dittatura, restaurando la democrazia.

A più di 30 anni di distanza, i greci non si sono mai dimenticati di tutto questo. Non hanno perdonato agli americani quell'appoggio incondizionato che ha propiziato la dittatura. Ed hanno ancora il dente avvelenato per quegli 8 lunghissimi anni fascisti che dovettero sopportare, fatti di repressioni, torture, esilii ed isolamenti, abolizioni di libertà, paure, cultura del sospetto e caccia agli oppositori.

Ad aver acuito ulteriormente l'innato antiamericanismo, ha contribuito in modo decisivo anche la nuovissima stretta amicizia tra USA e Turchia, nazione storicamente antagonista della Grecia, dai tempi dell'occupazione ottomana dei balcani, e della più recente semioccupazione militare di Cipro. In particolare, il governo di Washington è interessato ad avere una buona base per controllare le sue nuove "colonie" (Afghanistan, Iraq, ...) e insieme guardare alle spalle Israele, sempre più stretto nella morsa araba da quando Ahmadinejad è presidente dell'Iran. In cambio Ankara ottiene qualche servizietto, come ad esempio, dei buoni appoggi e garanzie per la sua richiesta di entrare nell'Unione Europea. D'altronde, i ringraziamenti della Turchia sono già arrivati con Namik Tanm, il portavoce del ministero degli Esteri che dichiarò: «Ringraziamo gli americani. L’appoggio degli USA alla Turchia durante il periodo delle trattative con l’Unione Europea è esplicito, naturale e legittimo. Siamo soddisfatti per tutto questo». L'europa a sua volta cederà, in cambio di qualche altro servizietto, infischiandosene del fatto che Cipro (membro UE) sia stato invaso militarmente per il 38% del suo territorio dalla Turchia, e infischiandosene se, sempre questa, non riconosca la competenza del Tribunale Internazionale per la risoluzione di "problemi" tra stati e più precisamente tra membri dell’Unione Europea, infischiandosene se geograficamente non c'entri assolutamente con l'Europa (se non per il pezzettino confinante con Grecia e Bulgaria al di qua dello stretto di Bosforo). In Grecia, tutta questa faccenda, è costantemente monitorata non solo dal governo; l'opinione pubblica è strapresa da qualunque cosa succeda a Cipro: ha sempre tutto sotto controllo, pronta a scattare in qualsiasi momento.

Gli americani, Epanastatikos Agonas o non Epanastatikos Agonas, sono avvertiti.