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lunedì 24 novembre 2008

giovedì 17 luglio 2008

la madre e il figlio
















Non vivere su questa terra
come un inquilino
o come un villeggiante
nella natura.

Vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre.

Credi al grano,
alla terra, al mare,
ma prima di tutto ama l'uomo.

Senti la tristezza del ramo che secca,
del pianeta che si spegne,
della bestia che è inferma,
ma prima di tutto la tristezza dell'uomo.

Che tutti i beni terrestri
ti diano a piene mani la gioia,
che l'ombra e la luce
ti diano a piene mani la gioia,
ma soprattutto che l'uomo

ti diano a piene mani la gioia.



Nazim Hikmet (1901-1963)


mercoledì 28 maggio 2008

orientalism

Riporto di seguito uno spunto di riflessione sulla costruzione del «senso del luogo» e dell'«identità» secondo Said, per mezzo di un estratto di Gillian Rose da «Luogo e identità: un senso al luogo». Identità e senso del luogo della gente sono in gran parte determinati da un potere politico-economico-sociale (latente). L'interesse di questo potere è quello di creare una binarietà ingroup-outgroup tra questo e quel gruppo ("Noi" contro "Voi"); ciò è funzionale allo stesso mantenimento del potere, che operativamente, è in grado di addomesticare le masse a seconda dei propri scopi dirottandoli su quelli che potremmo definire "falsi allarmi". Questa identità ottenuta per contrapposizione all'outgroup è ciò che sta alla base delle descrizioni europee fatte sull'Oriente fin da prime delle Crociate. Vicino Oriente e Africa nord-sahariana sono l'«Altro». Solo riuscendo a definirli, con forza, come il "Mr. Hyde" di questo sistema binario, si giungerà ad approvare di conseguenza un'Europa come il "Dr. Jekyll" della questione. Una dimostrazione-per-assurdo ancora molto attuale.

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Le persone fondano il loro senso del sé e del luogo mettendosi anche in contrapposizione con una qualche località che in qualche modo avvertono come molto diversa. Nel riflettere su questo processo di costruzione dell'identità attraverso l'opposizione ad un luogo «diverso», l'opera di Edward Said è di grande aiuto. Nel suo libro "Orientalism" (1978), Said guarda alle percezioni europee (e in grado minore, nord-americane) del Vicino Oriente, e dell'Africa del Nord musulmana. Said fa notare che l'Oriente è stato per secoli oggetto di fascino per l'Occidente, ancor prima dei tempi delle Crociate. Sostiene anche che durante un lungo periodo storico molti visitatori dell'Europa occidentale e dell'America del Nord hanno raffigurato i paesaggi di ciò che definivano come «Oriente», fotografandone la gente, traducendone le lingue, interpretandone le pratiche culturali, e descrivendone la regione in testi accademici, romanzi, poesie e descrizioni di viaggi. Questa massa accumulata di conoscenze riguardo al luogo si trasformò gradualmente in una serie di supposizioni sul modo di avvicinarsi all'«Oriente», ed è questo gran numero di testi sull'Oriente, con le supposizioni condivise, che Said chiama «Orientalismo». Egli sostiene che tutto questo interesse è bel lungi dal supportare uno studio obiettivo di paesi lontani. Esso propaga, invece, una serie di miti riguardo al luogo e ai suoi popoli, destinati ad influenzare le esperienze degli occidentali che lo visitavano [...].

Ma sostiene altresì che queste immagini servirono a dar forma anche al modo in cui quei visitatori vedevano il proprio paese natale. Di fatto l'orientalismo esprime molto di più i timori e i desideri dell'Occidente che lo ha prodotto di quanto non faccia a proposito della realtà della vita nel Vicino Oriente [...]. Le mappe, i racconti di viaggi, i quadri di paesaggi, le fotografie, produssero tutti ciò che egli definisce una «geografia immaginaria» della zona. Proprio nello sforzo e nell'atto di descriverle, catalogare ed interpretare, gli occidentali affermavano che l'Oriente era talmente esotico da aver bisogno di essere descritto, catalogato, interpretato. E l'Oriente era davvero «esotico», non di per sé, ma in un implicito confronto con l'Occidente. Esso veniva definito esotico, decadente e corrotto, ma questo verdetto veniva inteso in relazione ad un Occidente che si poneva implicitamente in contrasto in quanto civile e morale [...].

Di qui è possibile dire che il «senso del luogo» prodotto dall'orientalismo, attraverso il quale i visitatori occidentali in quella zona interpretavano ciò che vedevano, non offriva un senso dell'Oriente di per sé, ma piuttosto definiva l'Oriente come un luogo esotico contro cui far risaltare una «casa» europea, di solito sotto un aspetto assai più favorevole. Il significato di un Europa (cristiana) dipendeva così da un'immagine di un Oriente (islamico) contro il quale identificarsi. Questi processi sono tornati oggi all'opera [...]. Più sovente l'Europa e gli Stati Uniti sono rappresentati come «l'Occidente» contro tutto il resto, e viene proiettata una nuova versione dell'orientalismo. A volte l'orientalismo si concentra su ciò che viene definito fondamentalismo islamico, e giunge a descriverlo come una minaccia alle tradizioni liberali dell'Europa. A volte l'Islam è collegato con un terrorismo presentato come irrazionale e totalmente antitetico alla democrazia occidentale.

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mercoledì 7 maggio 2008

la guerra che non finisce

In Iraq la guerra continua nonostante ufficialmente dovesse ritenersi una «mission accomplished» (george w. bush all rights reserved) da ben cinque anni e qualche giorno. Un conflitto capitalistico post-coloniale, figlio della normalizzazione delle follie amministrative. Ma figlio anche dei media, della censura, della mistificazione. Se, come sostiene Baudrillard, siamo immersi nell'iperrealtà, è del tutto logico aspettarsi che buona parte della popolazione si appiattisca sulle linee governative più squallide e ciniche, senza sapere né cosa, né come, né perchè. E probabilmente l'economizzazione delle risorse cognitive (l'inferenza su un qualcosa che viene fatta a partire da aspetti di quel qualcosa assolutamente secondari) studiata in psicologia sociale fa il resto. Nell'iperrealtà non esiste più una realtà a sé stante che la tv ci consente di vedere, ma piuttosto essa è sostituita da una realtà di "grado superiore", interamente affidata alle immagini televisive.

Le stime più recenti elaborate dall'Iraq Body Count, un gruppo non governativo formato da ricercatori e volontari inglesi ed americani, indicano una forbice di morti civili tra 83.441 e 91.003, dall'inizio del conflitto. Non esattamente uno scherzetto. Ed a quel punto si arriva a glissare e parlare di errori militari occorsi durante "qualche" attacco rivolto a "qualche" persona specifica. Il che, agli estremi, si traduce con: «Gli iracheni sono i responsabili della loro morte». O ancora, «ognuno ha quel che si merita». Sotto sotto si arriverà forse a credere a quello che dicono i mandanti di questi stermini, primo tra tutti il signor «mission accomplished».

Forse sarà proprio come prospettava Enrico Lucci, intervistato a Matrix qualche mese fa, su un argomento sicuramente più frivolo della guerra in Iraq. Cioè che in futuro, chi leggerà i libri di storia e studierà il periodo in cui siamo immersi attualmente, si chiederà, attonito, "come è potuto succedere?", "come sono potuti esistere certi personaggi?", (ed aggiungo io) in ragione del fatto che sono storicamente successivi ad eventi storici di importanza monumentale quali il marxismo nell'Ottocento ed il Sessantotto nel Novecento, che avrebbero dovuto portare ad un travirgolettato "risveglio delle coscienze". Possiamo saggiare un po' di questi futuri interrogativi: basta prendere le dichiarazioni di Bush, smontarle e rimontarle in senso cronologico. Lo sbellicamento è assicurato.

«Buone notizie per tutti gli uomini e le donne che hanno combattuto... missione compiuta. La battaglia in Iraq è una vittoria sulla guerra del terrore iniziata l'11 settembre 2001, e che ancora va avanti». [1 maggio 2003]

«C'è ancora chi crede che le condizioni lì [in Iraq] siano ancora tali da permettere a loro di attaccarci. La mia risposta è, che ci provino! Abbiamo forze a sufficienza per fronteggiare la situazione sicurezza». [2 luglio 2003]

«Ci sarà una svolta tra due settimane a partire da oggi». [16 giugno 2004]

«Domani il mondo sarà testimone di una svolta nella storia dell'Iraq, di una pietra miliare per l'avanzamento della libertà, di un momento cruciale nella guerra al terrore». [29 gennaio 2005 - vigilia delle elezioni in iraq]

«Sono assolutamente convinto che le azioni intraprese in Iraq stanno influenzando i riformatori e gli amanti della libertà nella maggior parte del medio oriente. Credo che fra poco ammirerete la nascita della democrazia in molti di questi paesi, il che getterà le basi per l'instaurarsi della pace». [giugno 2005]

«Il 2005 sarà ricordato come un anno che ha segnato la svolta nella storia dell'Iraq... ed una svolta nella storia della libertà» [12 dicembre 2005]

«Il nostro paese sta tentando una nuova strategia in Iraq, e chiedo che possa avere la possibilità di lavorare. E chiedo che supportiate le nostre truppe scese in campo di battaglia.» [gennaio 2007]

«Vorrei spendere una parola per le nostre truppe in Iraq. Avete svolto il compito che le circostanze vi chiedevano, con incredibile abilità. Il cambiamento che avete reso possibile in Iraq, sarà archiviato dalla storia americana come un brillante successo. Sebbene la guerra sia difficile, non sarà senza fine». [10 aprile 2008]


(dichiarazioni di Bush riportate da un'estrazione di Al-Jazeera nel seguente articolo http://english.aljazeera.net/NR/exeres/FC850AFB-24CB-4BE4-822C-B8AB9C179135.htm)



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martedì 1 aprile 2008

"difficoltà logiche del concetto di infinito"

Zenone di Elea è uno degli "indimenticabili" del liceo. Da molti forse archiviato come il difensore di Parmenide - quindi negatore della molteplicità, del divenire e del movimento - o più semplicemente, come autore del famoso paradosso di "Achille e della tartaruga"... In realtà, Zenone, contemporaneamente all'esperienza pitagorica, rappresenta il primo vero esempio della difficoltà della mente umana ad approcciarsi al concetto di incommensurabilità ed infinito.

Un concetto più grande di noi, per definizione. Tant'è che la scuola di Pitagora quando scoprì che la diagonale del quadrato era un numero irrazionale (radice di due), entrò profondamente in crisi. Fatto che indusse i geometri greci a pensare di dover scindere necessariamente la geometria dalla matematica, "interpretando la prima come studio del continuo, la seconda come studio del discontinuo" [Immagini dell'uomo - Geymonat], il che sostanzialmente coincise con la sconfitta della dittatura del numero intero (o frazione di numeri interi) e per esteso della misurabilità del mondo reale.

Anche quelli di Zenone non furono ragionamenti capziosi apparentemente logici (sofismi), bensì esempi di difficoltà rispetto agli stessi concetti che sconvolsero la scuola di Pitagora. "Queste difficoltà logiche suscitarono nei greci tale diffidenza nei confronti dell'infinito, da persuaderli a compiere ogni sforzo pur di escludere il concetto da ogni seria costruzione scientifica" [ibidem]. E' una paura profonda. Perchè in fondo mina il passaggio dal mito al logos. Se l'unica spiegazione del mondo reale deve affidarsi a processi razionali, come concepire l'esistenza di un insieme di numeri che, esattamente come in matematica tecnicamente sono definiti, è "irrazionale"? Numeri che, guarda un po', dopo la virgola, vanno avanti all'infinito! Come concepire che, nella scienza di "ciò che si apprende" (Mathema-tike), possano essere presenti oggetti di questa natura? Oh, come sarebbe facile fare un passo indietro e riaggrapparsi al mito!

Il paradosso di Achille e della tartaruga è così riassumibile. Achille piè veloce intende intraprendere una gara di velocità con una tartaruga. Dato lo scontro impari, il primo decide di lasciare alla seconda un piccolo margine di vantaggio. Qui l'errore secondo Zenone, perchè Achille, così facendo, non riuscirà più a raggiungere la tartaruga. Infatti, quando inizierà la gara, Achille per raggiungere la posizione di partenza della tartaruga T(0) dovrà impiegare una certa quantità di tempo, che la tartaruga nel frattempo utilizzerà per muoversi da T(0) alla posizione T(1); successivamente Achille per raggiungere la posizione T(1) dovrà impiegare una certa quantità di tempo, che consentirà nuovamente alla tartaruga di avanzare in una posizione T(2), e così via. Insomma la divisione dello spazio in infiniti spazi mai nulli spinge Zenone ad affermare il paradosso, partendo dal presupposto che una somma di infiniti addendi debba necessariamente dare un risultato infinito.

Un paradosso che venne risolto matematicamente solo nel XVII-XVIII secolo con lo sviluppo dell'analisi di Newton-Leibniz, e la susseguente introduzione della teoria dei limiti. In particolare, la scoperta che la somma di determinate infinite successioni dava un risultato finito. Così come la somma di (1/2)^n - vale a dire 1/2 + 1/4 + 1/8 + 1/16 + ... - dà come risultato 1. Con tale procedimento, e sfruttando quella che è definita "serie geometrica", è possibile pervenire al tempo impiegato da Achille per raggiungere la tartaruga.

Il fatto che ci siano voluti "appena" 2200 anni per capire quanto tempo occorresse ad Achille "piè veloce" per raggiungere la tartaruga, può essere ben considerato l'emblema della nostra difficoltà innata ad approcciarci all'infinito e all'incommensurabile. Un limite logico spesso insormontabile che ha costretto l'uomo a ricorrere nella storia ad espedienti quali Dio, dogmi, rivelazioni e dottrine. Declinando dunque il logos, a favore del mito.

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domenica 20 gennaio 2008

tour sesso con luttazzi '08

"Tutto quello che non avreste mai voluto sapere sul sesso ma i vostri genitori" (o al limite zii) "hanno voluto dirvi a tutti i costi". Lo spettacolo andato in scena ieri ad Assago è ossigeno puro; specie per i vari polmoni bucati da quella forma di elettrosmog Rainvest quotidiana, veicolo di disinformazioni ed ipocrisie morali. Perchè nella società dell'immagine, molto trova lì origine.

"Sesso con Luttazzi" si è occupato delle seconde, con accenni alle prime, non troppi per la verità. Questo da una parte è dispiaciuto, perchè, in tempi di strette mediatiche mica da ridere, c'è vero bisogno di un mediatore (si scusi la cacofonia) extra-Rainvest, extra-lobby. E molti vedono nel satiro riminese proprio quest'oggetto, cancellato, di pluralità. Altro concetto che meriterebbe riflessioni, perchè tutto sommato si fa fatica ad intendere Ferrara, Ruini, Bondi & amichetti come elementi di espressione plurale. E si può considerare ben lungi da me l'intenzione di attribuir a delle canaglie lo stesso peso di una mente nobile e spietatamente lucida quale quella di Luttazzi. Ne parlo sempre con bava alla bocca, perdonatemi. Lo trovo eccezionale.

Sebbene nella mente dei più, si siano incastellati questi pensieri, non si può negare il fascino ed il piacere di un monologo sul sesso. Raccontato così poi... E' riappropriarsi di un genere di comicità troppe volte appannaggio di pessimi interpreti. E' spesso la bassa lega dei comici a fruirne, in modo sbagliato, volgare, senza smascherare i pregiudizi. "Sesso con Luttazzi", articolato secondo il collaudato e caro schema della domanda-risposta, ha attaccato in ogni modo il pudore, i tabù sociali, talvolta irridendo la disinformazione sessuale, talaltra spiattellando "verità oscene" con una naturalezza da arbitro dei nostri tempi. Gli «accenni di anatomia» che prometteva disegnando l'enorme fallo alla lavagna, non erano che, in fondo, lezioni approfondite di terzietà sociologica.

D'altronde, lo aveva assicurato, sarebbe stato un «corso avanzato». A presto.



lunedì 10 dicembre 2007

colpire silenziosamente

E' l'arma che uccide i nemici senza spargere sangue. Micidiale se usata capillarmente. Meravigliosa per l'humus di coscienza collettiva che ivi sta sotto. Il boicottaggio.

In un'epoca sempre più militarmente occupata da oligarchie economiche che non si preoccupano nemanco di garantire perlomeno l'incolumità dei propri sottopagati dipendenti (ogni riferimento a Thyessen Krupp è puramente intenzionale), c'è poco che si possa fare, istituzionalmente parlando. Il progressivo appiattimento dei sindacati su Confindustria, o sindrome governativa della CGIL che dir si voglia, ha privato i lavoratori di qualsiasi arma. On the other hand, amministratori Alitalia, Telecom, Trenitalia che mandano in bancarotta tutti traendone il massimo profitto. Ventunesimo secolo: è così che funziona.


Boicottaggio dunque. Unico metodo per colpire chi fa del consumismo motivo di disgrazia altrui e fiume di denaro per sé. Semplice se innescato, efficace efficacissimo, sottovalutato e punto debole del capitalismo da sempre. Che splendida utopia: milioni di poveracci che distruggono multinazionali sfruttatrici e oppressive senza muovere un dito: un'immagine splendida. E colpire il potere economico, non scordiamocelo, equivale anche a colpire "l'ombra che esso ha posto sulla società", così come John Dewey definisce la politica. Sogno coscienza. Ed ho intenzione di regalarmi un ricordo che esula dal classico scontro marxiano della lotta di classe; appartiene alla mia polis di adozione, Milano. Una città che, a distanza di centosessant'anni da quei storici avvenimenti, fa rivoltare nella tomba i nostri avi e si trova sempre più a corto di dignità.


Milano, 1848. C'è forte malcontento. I cittadini sono sempre più insofferenti verso gli austriaci "possessori" della città. "L'inflazione, la disoccupazione, la scarsità di viveri, gli inverni cattivi peggioravano la crisi finanziaria del governo. Non era possibile fornire aiuto diretto ai poveri o per ridurre le tasse. La crisi era di dominio pubblico, e il ricordo di quelle precedenti del 1811 e 1816 suscitava forti preoccupazioni riguardo alla politica estera. Si temeva che il finanziamento di un’offensiva in Italia (e il costo di truppe e armamenti era aumentato di molto negli anni Quaranta) provocasse un’altra bancarotta statale". La convivenza con gli austriaci era ai ferri corti. Si sceglie di lottare "apertamente". Il tabacco è sotto il monopolio asburgico: boicottaggio. La finanza austriaca accusa il colpo dal momento che costituisce una delle sue principali entrate. La distribuzione straordinaria, in caserma, del tabacco e dell'acquavite non ha effetto. Esce dunque allo scoperto la politica, mediante continue provocazione dei militari, atte a scoraggiare il boicottaggio milanese del sigaro. Infine, lo scontro aperto (le Cinque giornate di Milano) sulle strade, guerriglia e barricate come naturale conseguenza di una guerra economica persa, di fronte alla tenacia e l'orgoglio milanese. Gli oppressi si coalizzano senza distinzioni sociali (anzi, comunismo dei beni per quanto riguarda le armi), e cacciano Radetzky, a capo del contingente austriaco, nel Quadrilatero (Mantova, Peschiera, Verona, Legnago). Egli poi ricorderà: «Questo è la più triste ora della mia vita! Tutto il paese è in rivolta».


Qui un interessante sito per un consumo ragionato. Se ne possono cercare altri. Il paradosso al giorno d'oggi, è che un'ostracismo consumistico ragionato porterebbe probabilmente, a fine spesa, ad un carrello inesorabilmente vuoto.


Una precisazione su La7 e Luttazzi. Benchè il disgusto sia forte, una serie di indizi mi portano a dire che la via da seguire non è il boicottaggio della rete. La7 infatti ha manifestato zero interesse per crearsi come vero e reale terzo polo televisivo, in accordo con l'intoccabile ed inscindibile binomio duopolare Rai-Mediaset. Anche Adalberto Baldini, del cdr di La7, ha duramente criticato i vertici della rete in cui egli stesso lavora, rei di aver gestito la faccenda Decameron con metodi volontariamente autolesionisti. Mi sento di credergli, e anche tanto, dopo le famigerate intercettazioni Rai-Mediaset che hanno messo tutto nero su bianco.



lunedì 3 dicembre 2007

wikipericolo

Il problema dell'informazione è senza dubbio tra quelli più sentiti del XXI secolo: la ricerca del vero, lo scartamento del falso, assume connotati spesso attanaglianti. La libertà d'espressione ad ampio raggio è vessata e controllata, talvolta sottoposta a vincoli insuperabili. Primi tra tutti, il controllo dell'editore e l'etichettamento sociale del giornalista o del quotidiano di appartenza, cosa che è in grado di pregiudicare subcosciamente qualsiasi articolo: la lettura "fra le righe" è certamente diversa dalla lettura "nelle righe".

Per questi ed altri motivi, lo sbocco naturale è stato Internet. Soluzione ai regimi mediatici imposti dai gerarchismi governativi, finanziari ed extra, che non hanno mai smesso di pensare ad un controllo dello stato senza il supporto della disinformazione e dell'oscurantismo. Il "formare" questo oggetto invisibile e malleabile che è l'opinione pubblica è un pesante fardello nazi-fascista. Consenso & Censura. Ma ora come ora, è sempre più difficile non accorgersi, nonostante tutti gli ostruzionismi del caso (nessuno ne parla mai con il dovuto approfondimento), della dirompente tendenza pro-Internet. Sulzberg in questo senso, con l'annunciato trasferimento del suo New York Times "on line" (descrissi qui il perchè), ha fatto un importante passo avanti. Ma non è il solo. Qualchedun'altro inizia a muoversi con ben altri scopi per attentare alle nuove risorse "di tutti": Consenso & Inquinamento.

Wikipedia negli ultimi anni è forse stato l'emblema della nuova informazione. Enciclopedia e non solo, ha saputo raccogliere un bacino di utenza senza precedenti, facendosi forza dei suoi stessi lettori, per autoscriversi. Un successo travolgente, che rischia però di ritorcersi contro. Si fanno infatti sempre più frequenti i tentativi di rescrittura ed alterazione di articoli a sfondo storico-politico-giuridico. L'ultimo allarme proviene da en.Wikipedia.org (versione inglese), in cui il revisionismo ha coinvolto dei pezzi sui movimenti di emancipazione degli afroamericani e del cosidetto "black power". Ma vi sono almeno altri due casi, impossibile non citare, ad opera di editor "insospettabili": Santa Madre Chiesa e Central Intelligence Agency. L'inquietante scoperta è stata riportata da Virgil Griffith, inventore di un software in grado di svelare gli autori che effettuano aggiornamenti delle voci di Wikipedia.


I computer del Vaticano avrebbero fatto sparire riferimenti imbarazzanti per la curia dalla scheda di Gerry Adams, guida del partito cattolico nord-irlandese dello Sinn Fein, vale a dire il braccio politico dell'Ira nell'Irlanda del Nord. Sono scomparsi i rimandi ad articoli di giornali pubblicati lo scorso anno, in cui si dava notizia del ritrovamento della impronte digitali dell'uomo politico su un automobile usata nel 1971 per un duplice omicidio. Scarna difesa affidata al portavoce Lombardi Federico: «Accuse prive di ogni serietà». I computer della CIA avrebbero invece manomesso una scheda riguardante il presidente dell'Iran Ahmadinejad, nel periodo di campagna elettorale di quest'ultimo, in un momento in cui i rapporti con Israele e Casa Bianca erano ai minimi storici. Nella lista nera dei manipolatori anche il governo del Portogallo, la Microsoft, l'ONU, la BBC, il New York Times, Reuters. E persino Amnesty International!

Situazione non molto confortante per Wikipedia, che nonostante tutto continua a macinare utenza come niente fosse. "The Guardian", per esempio, ha riportato una statistica sconvolgente: da una ricerca sulle sentenze dei giudici americani, è emerso che più di 100 rulings hanno citato Wikipedia come risorsa primaria di ricerca. E ciò nonostante le problematiche legate alle false notizie che vi sono state inserite, alcune delle quali profondamente errate come le definizioni di "beverage" e "booty music". Dulcis in fundo, "Metapedia". Una nuova versione di Wikipedia, per utenti di estrema destra.

Occhio a Internet, arma a doppio taglio.



lunedì 26 novembre 2007

Voi siete qui - “Lo sapevo, quindi non so”


[Un post di Alessandro Robecchi]

Non saprei scrivere qualcosa di più sensato. Nel senso che, a volte, ho delle foghe anti-manzoniane per cui sono indotto a credere, sopravvalutandomi, di scrivere cose sensate. In questo pezzo, Alessandro Robecchi analizza alla perfezione, una situazione credo da molti avvertita. Tant'è che negli ultimi anni la blogosfera è esplosa: ognuno cerca un po' di farsi giustizia da solo. Viviamo in un sistema in cui nulla è dato a sapere; se lo si intuisce e lo si vuole comunicare, si è o "populisti" o paranoici sovversivi comunisti. Il caso delle intercettazioni Rai-Mediaset, rappresenta solo la punta dell'iceberg; sotto vi è una strategia, una struttura organica. Qualunque cosa succeda, non è un caso.
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Pasolini diceva “io so”, era rivoluzionario. L’Italia di oggi, praticamente in coro, dice “lo sapevo”, ed echeggia come un suono fesso. Il caso Rai-Mediaset è soltanto l’ultimo in cui il “si sapeva” è risuonato tonante e potente. E si sapeva sì! Se scompare Enzo Biagi e al suo posto arrivano Max e Tux, chi poteva non vedere, non capire? Naturalmente il “si sapeva” ha una sua straordinaria peculiarità: assolve in qualche modo ciò che si sapeva, anestetizza il fatto. Se lo conoscevi già, e ci vivevi in mezzo, e sei qui a raccontarlo e a dire “si sapeva”, vuol dire che non era così grave. E poi, cose del passato: l’imperfetto non mente. Michele Serra ha scritto ieri su questo “si sapeva”, augurandosi giustamente che gli anticorpi arrivino durante la malattia, non dopo, a fare gli spiritosi e a dire “lo sapevo”. Però. Però è un fatto che quando gli anticorpi arrivano puntuali (non spesso, ma succede), quando qualcuno si agita un po’ e dice “io so”, invece di dire dopo “lo sapevo”, viene trattato come un mezzo matto. Chi dice “io so” in tempo reale è sempre minoranza, ed è trattato come un agitatore folle e visionario, oppure come un rompicoglioni. Qui si parla di infedeltà aziendali e asservimenti politici, ed è grave. Ma rallegriamoci: ci sono cose ancor più gravi su cui pochi oggi dicono “io so” e molto domani diranno “lo sapevo”. Le future pensioni dei lavoratori instabili saranno da fame. Io lo so. Lo sanno anche gli economisti, che cominciano a valutare le curve dei consumi di una categoria a venire, ma già prevista dalle statistiche, quella dei pensionati poveri. Dire “lo sapevo” tra dieci o vent’anni sarà soltanto una beffa in più. Dirlo prima - non dopo - dovrebbe essere una regola della vita civile. Eppure la sensazione è che chi dice “io so” prima, o durante, passa sempre per incendiario, ideologico, guastafeste e provocatore. Insomma, un irrequieto che disturba il manovratore. Lo stesso manovratore che tra qualche anno dirà “lo sapevo”. Proprio come succede oggi con il naufragio del maggioritario.

[alessandrorobecchi.it]

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lunedì 24 settembre 2007

forno

Il fascista del 2007 si nasconde nelle Istituzioni del paese con vari nomi. Solitamente predilige formazioni politiche "moderate" benché qualcun altro per folklorismo o spirito antagonista sia ancora sparso tra Fiamma Tricolore, Alternativa Sociale ed altri gruppi minoritari. Ma non disdegna neanche la sinistra (almeno questa), in verità: l'importante è esserci nell'oligarchia che conta. Il "nuovo fascio" (odio lo stridere dell'ossimoro) è un mutante viscido, cui piace celarsi sotto altre sembianze, e mimetizzarsi nel "gioco delle etichette".

Egli è s(facciata)mente cattolico, ed è in buoni rapporti con le gerarchie ecclesiastiche. Si fa ipocritamente bandiera della morale, quando serve. Ma a volte non può fare a meno di invitare qualche puttanella nella sua villa, o andare a cercare il suo transessuale di fiducia per strada. Oppure organizzare qualche cocaina-party su un lussuoso yacht (sempre in compagnia di dolci fanciulle), anche se solitamente, l'orario di consumazione preferita è nei giorni feriali prima di entrare in Parlamento, dove circa un deputato su due sniffa per darsi un po' di carica in vista di una dura giornata lavorativa, tra una macchina blu e l'altra (come cercarono di documentare "Le Iene" prima di subire la censura dell'Authority). La sua condotta è esemplare. Il gruppetto più bravo nel perverso gioco, vince direttamente uno spot elettorale dalla CEI. L'ultimo a vincere l'ambito trofeo è stato quello della CdL, cui Ruini diede il suo non troppo velato placet, parlando di famiglia, indicazioni su grandi opere pubbliche e dei "corporativismi che si oppongono".

Ma l'hobby del neo-fascistoide sta nel negazionismo. Si diverte come un matto dovreste vederlo! Innanzitutto mette le mani sulla televisione in blocco. Non ci è ancora riuscito del tutto con Rai3 solamente per una questione di forma (per ora), ma ha con successo segato Europa7 a vantaggio del paradiso-Rete4. Dopodichè inizia a predicare baggianate senza un contraddittorio, rescrizione della storia compresa. Tutte le teorie sulla democrazia dicono che una delle caratteristiche dei regimi dittatoriali sta nel monopolio dell'informazione. Eccoci serviti. La memoria si annebbia, i ricordi si sovrappongono. Le conseguenze non tardano ad arrivare. Saverio Ferrari, storico specializzato nello studio delle destre radicali in Italia nel secondo dopoguerra, intervistato qualche tempo fa da Piero Ricca dichiara preoccupato: «La memoria si perde, tant'è che in alcune indagini che sono state fatte presso gli istituti di scuola media-superiore a Milano hanno portato all'esito sorprendente, da questo punto di vista (ma non più di tanto), per cui un giovane ricorda la strage di piazza Fontana, ma la addebita alle brigate rosse che all'epoca non erano neanche state costituite».

Revisionista senza pudore, oppurtunista e, perchè non manca mai, omertoso. Al fascista del 2007 piace andare contro ai magistrati, ultimo baluardo a difesa delle claudicanti istituzioni repubblicane, al grido di "inopportuno giustizialismo". Le guerre capitaliste sono per loro amorevoli missioni di pace. Il petrolio occasione per una nuova democrazia. Le bombe al fosforo confetti di buon Natale.

Il "moderato" catto-fascista regge.




martedì 19 giugno 2007

quel pezzo d'italia che parla greco

O sarebbe meglio dire: quel pezzo d'Italia che parla greco-vutano e grìko. O ancora, usando la nomenclatura utilizzata in Grecia, «Katoitaliòtika» (= «Italiano del Sud»). Una vera e propria lingua, non un semplice dialetto di italiano o di greco moderno. Uno splendido esempio di melting-pot linguistico che rischia l'estinzione. L'isola linguistica "italo-ellenofona" si trova attualmente in alcuni comuni della provincia di Reggio Calabria (Greco-vutano) ed alcuni comuni della provincia di Lecce (Grìko). Il parlamento italiano ha riconosciuto questo gruppo etnico come «minoranza linguistica greco-calabra e greco-salentina».

Residui di una Magna Graecia mai scomparsa. Comunità che nel corso degli anni hanno conservato una identità storico culturale tutta loro, nonostante un accerchiamento linguistico-culturale «alieno». E' stato il glottologo e filologo tedesco Gerhard Rohlfs (1892-1986) a riportare alla ribalta questa splendida realtà. L'«archeologo delle parole», come fu in seguito ribatezzato, contribuì molto alla salvaguardia di questa lingua. «Glossa» caduta nell'oblio per molti anni, ed ignorata sia in Italia che in Grecia. Discussa, è comunque la sua origine. Alcuni ritengono sia un'evoluzione diretta del greco parlato nella Magna Graecia in periodo ellenistico (ne sarebbe prova il fatto che presenta parole che oggi in Grecia sono sconosciute o scomparse, di probabile estrazione greco-dorica); altri credono sia un dialetto di derivazione greco-bizantina, diffuso in seguito all'immigrazione massiccia dell'VIII secolo, quando le campagne militari dell'imperatore Basilio I costrinsero all'esodo numerose popolazioni dell'area greco-bizantina.


Il Greco-vutano, così come il Grìko, vengono menzionati da «Ethnologue» come dialetti del greco moderno. Ed in effetti apparentemente potrebbe anche sembrarlo. In realtà però la catalogazione è riduttiva per la storia di questo idioma. Nella Bovesia e nella Grecia Salentina, «la lingua, nel tempo e a causa della notevole distanza dalla madrepatria, si è logorata, ha perso quasi interamente i nomi astratti, ha assottigliato il numero degli aggettivi e degli stessi nomi concreti, ha apportato elisioni e scambi di lettere, ha accolto in sé numerosi prestiti da altre lingue e, in particolare, dai dialetti italofoni, dando loro desinenza greca e, per così dire, grecizzandoli, mantenendo, però, vivi alcuni suoni, forme e vocaboli che in Grecia sono andati persi nel corso dei secoli», come si legge in una nota dell'Ufficio minoranze linguistiche - Ministero Interno. Ed in effetti la grecizzazione dei termini italiani c'è stata. Non solo: il processo è stato biunivoco. Contemporaneamente è avvenuta un'italianizzazione della grammatica. E' in questo senso che il greco-vutano e il grìko non è un dialetto ma una splendida lingua ibrida.

Negli ultimi anni sono stati pubblicati interessanti strumenti didattici di grammatica, sintassi e lessico. Il «grecanico», altro termine per designare questa lingua calabro-salentina senza distinzioni geografiche, si presenta come una lingua semi-greca scritta con lettere latine. I suoni interdentali (Θ, Δ) e velari (Χ, Γ) praticamente scompaiono. La "K" è trasformata sistematicamente in "C". La "S" finale per i sostantivi non appare. Mentre la costruzione della frase è identica all'italiano: Soggetto - verbo - complemento oggetto.

Attualmente il greco-vutano e il grìko sono menzionati nel "Red book" dell'UNESCO come lingue in via di estinzione. L'abbandono progressivo della lingua è dovuto al fatto che essa è stata indicata per anni come una forma "bassa" di espressione tipica delle popolazioni rurali o pastorali ed analfabete. L'emigrazione verso le città ha fatto il resto. Al giorno d'oggi viene parlato principalmente dalla componente anziana della popolazione dei comuni della Bovesia e della Grecia Salentina. Molte iniziative culturali stanno cercando di valorizzare questo patrimonio linguistico per far sì che non si estingua definitivamente. Numerosi sono ad esempio i festival musicali di grecanico che si svolgono annualmente: "O Nostos" a Bova Marina, "Paleariza" a Reggio Calabria e "Notte della Taranta", grande concerto organizzato dai comuni della grecia salentina in cui la locale musica folklorica si ibrida con altre tradizioni ed esperienze musicali.

Proprio la musica deve prendere in mano la situazione. E' il mezzo più potente per raggiungere i giovani disinterassati a qualcosa che loro forse percepiscono come "volgar dialetto". La musica è chiamata a dare un nuovo slancio al grecanico. Far sì che non si estingua. E non posso che non vedere gli "Après la classe" con grande stima, per aver ripreso un brano in grecanico scritto da Domenico Palumbo nel 1854, in una delle loro canzoni:
Kalinifta. Così come il "Canzoniere grecanico salentino". E tutti gli altri che si stanno impegnando in tal senso.






















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lunedì 21 maggio 2007

Il passato, è presente

Facciamo un giochino: apriamo un libro di storia latina del liceo, e scopriamo quanto il sistema politico non sia poi così diverso, nelle sue logiche e strategie, rispetto a quello di duemila anni fa. Forse un po' ambizioso, ma a ben pensarci non temerario. Prendiamo l'emblematica figura di Caio Giulio Cesare, prendiamo la Roma del I secolo d.C., prendiamo la crisi della sua repubblica, prendiamo quello che qui chiamerò il "gioco delle etichette".

C'erano una volta sette re. L'ultimo, un certo "Tarquinio il Superbo", si appropriò del potere con la forza, senza che la sua elezione fosse approvata dal popolo, e sempre con la forza mantenne il controllo della città. Ma dopo l'ennesimo atto di arroganza e prepotenza, l'episodio di Lucrezia, fu cacciato. Iniziò una fase storica di Roma nota come "Repubblica". Due consoli con scadenza di mandato ogni anno, pretori, edili, censori, questori, assemblee popolari e, ovviamente, il Senatus PopulusQue Romanorum: insomma una meraviglia. L'etichetta "Repubblica" aveva in parte un senso. Quand'ecco che un bel giorno, però, iniziò a scricchiolare tutto...

Si andarono gradualmente configurando centri di potere "reale" fuori e lontano dal senato. Causa e conseguenza della complessa crisi politica e istituzionale fu l'affermazione di grandi personalità che, di fatto, concentrarono nelle loro mani un immenso potere, assicurandosi il controllo di tutta l'organizzazione dello stato. Quel che seguì fu un progressivo svuotamento dell'autorità del senato, posto spesso di fronte all'atto compiuto, costretto a prendere atto di accordi stipulati al di fuori della prassi costituzionale. Si pensi al primo triumvirato Pompeo-Crasso-Cesare. Si entrò così nella fase più calda, di un processo che segnò, inesorabile, la fine dei meccanismi istituzionali tipici della res-publica.

E' qui che salta fuori Cesare, e con lui il "gioco delle etichette". Questi consolidò il suo potere personale (già forte per via delle sue vittorie militari) e si accinse a porre le basi di un nuovo assetto istituzionale che facesse capo ad un unico e stabile centro di potere. Ma Cesare non era uno sprovveduto: sapeva a cosa sarebbe andato incontro qualora si fosse proclamato "Rex", usando quindi quel titolo così odiato ai Romani. Ed infatti sta qui la sua "genialata": dopo la vittoria di Farsalo e la morte dell'amico-nemico Pompeo, assunse un potere illimitato simile a quello di un monarca, senza però proclamarsi tale di fatto. "Princeps" si fece invece chiamare. La convergenza verso un modello costituzionale monarchico in cui le cariche tradizionali venivano concentrate in un'unica persona era stato attuato, ma allo stesso tempo le apparenze erano salve. Il giochetto delle etichette di Cesare aveva funzionato. Ed il processo tramite cui si passò da repubblica ad impero si rivelò storicamente irreversibile per Roma.

Sorgono spontanee associazioni a cascata. L'intero Novecento può essere visto come serie di eventi "Ancient-Rome-Style". Mussolini in versione Tarquinio il Superbo, democrazia post-ventennio nei panni di una res-publica più o meno funzionante e la p2 come aspirante forza restauratrice che fallisce tuttavia direttamente il colpo. Poco importa perchè ci riproverà negli anni avvenire con discreti successi un affezionato affiliato: l'aspirante neo-caio-giulio-cesarista Silvio Berlusconi (tessera n°1816). Con il suo modello di "dittatura light" (per usare un termine luttazziano) al quale si è adeguata con buona pace di tutti l'intera classe politica italiana. Una democrazia sempre più ai limiti della sua legittimità; sempre più imbrigliata in un sistema di informazione monopolistico, che spala incontrastata kili di propaganda con capillarità. Una dittatura moderna di tipo mediatico.

Ironie della sorte, proprio ieri sul sito del Corriere è comparsa una lunga intervista a Massimo D'Alema. Folgorato da un titolo raramente così accattivante ("Politica, crisi come negli anni '90") sono andato a leggere con scrupolosità. Mi sono illuso per un momento che il "Baffo" avesse detto qualcosa di intelligente. Con bradipiana velocità rispetto al tempo trascorso in questo stato di cose, ma che ci fosse riuscito. Mi sono illuso. Non ce l'ha fatta ad andare oltre a un: «Se è vero che il governo non gode di altissima fiducia è anche vero che se si chiedesse alla gente se vuole il governo Berlusconi, la risposta sarebbe "no". Alla scarsa fiducia verso di noi non corrisponde una forte fiducia verso di lui. Per questo io non credo che il governo sia a rischio, perché non c’è un’alternativa». Il resto, le solite inutilità da politicucolo. Anzi, da aspirante Ottaviano Augusto.

lunedì 23 aprile 2007

tributo a mikis theodorakis

Conosciuto ai più come l'autore della colonna sonora "Sirtaki" all'interno del film "Zorba the greek" (1964), Mikis Theodorakis è in realtà molto di più: senza esagerare, probabilmente la figura più rappresentativa della Grecia contemporanea. E questo perchè oltre al rinnovamento musicale ed artistico portato (vedi il Sirtaki, variante del tradizionale Hasàpiko), egli ha saputo coniugare un grande impegno nella vita politica del paese.

E' forse l'avvicinarsi del 25 aprile che mi ha spinto, con un parallelismo più o meno azzeccato, a scrivere qualcosa su Theodorakis, voce della Resistenza greca durante la dittatura dei colonnelli guidata da Papadopoulos (1967-1974). Musica silenziosa, per la clandestinità cui era ridotta; musica fragorosa, per le orecchie di chi la sentiva. Ne sono fulgidi esempi canzoni come "Όταν σφίγγουν το χέρι" (Quando ti stringono la mano), "Κι εσύ λαέ βασανισμένε, μη ξεχνάς τον Ωρωπό" (Tu popolo torturato, non dimenticare Oropòs), "Το σφαγείο" (Il mattatoio), "Το παληκάρι έχει καημό" (Il giovane ha un dispiacere) "Ειμαστε δυό" (Siamo due), e molte altre.

Alcune sono una cruda denuncia delle violenze inumane perpetuate ai dissidenti al regime; altre sono esplosioni di rabbia, talvolta rammaricati o quasi rassegnati, talaltra caricati di enfasi, quasi veri e propri inni alla lotta per una "terra che è nostra, che nessuno potrà toglierci, nessuno potrà toglierci, nessuno potrà toglierci".

Le musiche proibite, circolarono segretamente. Persino all'interno di una stessa famiglia, per non rischiare involontarie fughe di notizie e "spiacenti" compromissioni. Mia madre, per esempio, non seppe mai della raccolta di dischi nascosti da mio nonno in qualche angolo remoto della casa, se non dopo la caduta dei colonnelli. C'era di che aver paura. E a ragione. Nel dicembre 1969, Amnesty International stimò per difetto che il numero di coloro che erano stati sottoposti a torture assommava almeno a duemila individui. Andreas Lentakis, l'attivista del movimento "Lambrakis" di cui si parla in "Το σφαγείο", incarcerato insieme a Theodorakis nelle carceri di Koridallòs, fu uno di questi.

ΤΟ ΣΦΑΓΕΙΟ (il mattatoio) - (video)
A mezzogiorno torturano nell’ufficio, conto i colpi, misuro la sofferenza.Sono una bestia che menano al macello quest’oggi tocca a te, domani tocca a me. Stasera torturano Andreas sulla terrazza... conto i colpi, misuro il sangue. Ci troveremo insieme di nuovo accanto al muro: "tac-tac", i tuoi colpetti; "tac-tac", i miei colpetti...sta a significare, in questa lingua muta: "resisto bene, stai tranquillo, non cedo". Comincia la sagra dentro i nostri cuori: "tac-tac" fai tu, "tac- tac" rispondo io. Profuma di timo il mattatoio e nella nostra cella è un cielo color sangue.


Scardinare il binomio Zorba-Theodorakis, significa ricordare decine di queste canzoni, simbolo di una generazione, capaci di unire il popolo greco e dargli la forza per scaricare, grazie al prezioso sacrificio degli studenti del Politecnico (14-17 novembre 1973), l'odiosa giunta militare che si insediò col placet della CIA nel dicembre 1967. Mikis Theodorakis è questo. Capace con la sua musica di stringere attorno a sé un popolo.

Zorba, fatti da parte.


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lunedì 9 aprile 2007

Comicità sponsorizzata e comicità clandestina

Ci sono due tipi di comicità: una "comoda" ed una "scomoda". Nella prima rientrano comici che si disinteressano di politica o coloro che se ne occupano soltanto con parodie fini a sé stesse; nella seconda rientrano artisti censurati, emarginati dai mezzi di comunicazione, isolati, quasi fossero in condizione di clandestinità, semplicemente per il fatto di fare della comicità uno strumento che faccia della critica seria, che induca a pensare, che sollevi quesiti e metta in risalto contraddizioni. Cioè quelli da "teatro di satira", come direbbe Dario Fo, e non da "teatro di sfottò".

La "comicità sponsorizzata", è quella visibile. Quella per cui uno è indotto a pensare che siamo un paese di minchioni. Che ride con i comici del "Bagaglino", di "Sputnik", di "Colorado Caffè" o di "Guida al campionato". Getto nel calderone anche "Mai dire grande fratello" sebbene ne abbia fatto uso in anni precedenti. Ma in fondo quello è un po' diverso se considerato come una specie di "super quark": tutto sommato documenta fino a che punto deflagrante può arrivare la stupidità umana. Quello che contribuisce ad includerlo in tale categoria di programmi è essenzialmente il criterio-Fo. Queste comicità sono frivole e inutili. In certi casi servono al massimo a rimbambire, instupidire, intossicare ed imbarazzare con la scadenza dei loro contenuti. In altri può magari essere presente una patina di comicità, tuttavia non compensata da un significato o messaggio che ne stia alla base. Citando sempre Fo: «Se tu non riesci a far capire il significato opposto delle banalita', dell'ovvio, dell'ipocrisia, soprattutto e della violenza che ogni potere esprime e porta addosso ai minori, ebbene il tuo ridere e' vuoto, e' proprio lo sghignazzo ventrale e non quello dello stomaco e dei polmoni». Queste "vuote" parodie-sfottò, sono le uniche ad essere, guard'un po', tollerate, incoraggiate e messe in vista.


La "comicità clandestina" è quella calpestata e resa al silenzio perchè di natura punzecchiatrice e "fastidiosa". Ma è anche l'unica a poterti far ridere "con lo stomaco e i polmoni". Queste comicità sono la satira vera e propria, quelle insomma che si occupano di temi rilevanti come la politica, la religione, il sesso e la morte; sono quelle che attraverso la risata veicolano delle piccole verità, seminano dubbi, smascherano iprocrisie, attaccano pregiudizi e mettono in discussione le convinzioni. O ancora, quelle che, come dice Luttazzi, "fanno memoria e hanno un punto di vista sulle cose e sui loro atti". In una società ed una classe politica in cui la convenzione è quella di nascondere la realtà esibendo il falso, QUESTA comicità è decisamente pericolosa, ed una minaccia da dover tagliare fuori. In una situazione come questa, se non ci si chiama Beppe Grillo o Daniele Luttazzi, è difficile continuare a sopravvivere. Chi ricava sostentamento unicamente dalla sua attività di comico è costretto a dirottare le sue esibizioni in altre direzioni. E' una cosa che ha recentemente ribadito anche Giancarlo Bozzo, a lungo direttore artistico e coautore di alcune trasmissioni televisive come "Zelig Cabaret", "Facciamo Cabaret" e "Zelig facciamo Cabaret": i comici si trovano spesso in condizioni di non poter esercitare liberamente la loro arte, la loro satira, perchè sanno che andranno incontro molte volte alla censura; se dunque non sei sicuro della tua remunerazione economica, sei di conseguenza in qualche modo costretto ad auto-censurarti.


Perchè dunque insistere spasmodicamente sulla comicità di basso livello e dubbio gusto? Non vi è solo la necessità di dover rimpiazzare la satira "ingombrante" con dell'altra più comoda e vuota, come si potrebbe inizialmente dedurre. Ci potrebbe essere di più... Lo sfottò, può essere infatti interpretato come un arma comica REAZIONARIA: lo spiega molto bene Luttazzi, forse sotto l'effetto imprinting dell'intervista che fece per l'appunto a Dario Fo a Satyricon. «C'è molta differenza - spiega - tra la satira e lo sfottò che è appunto la parodia. Che può per carità anche essere fatta benissimo, ad esempio non so, Fiorello, bravissimo, che imita Ignazio La Russa. Però è uno strumento delicato, perchè l'effetto perverso è che tu in questo modo rendi simpatico La Russa e adesso La Russa fa il doppiatore dei Simpsons».


Quale fine si prospetta dunque per i comici da "teatro di satira"? La paura dei potenti di fronte ai problemi sollevati da quest'ultimi è da sempre stata al centro di censure e repressioni. Dario Fo ad esempio ricorda la durissima legge emanata da Federico II di Svevia nel 1221 a Messina "De contra jogulatores obloquentes", che permetteva di fatto di infliggere violenza ai giullari, appunto "sparlatori infami", che se la prendevano col potere, senza incorrere in alcuna pena o sanzione. E' il caso estremo. Beh oggi le bastonate magari non ci saranno, ma l'ostruzione ai canali informativi rende lecito un paragone sotterraneo tra comici di satira d'oggi e i jogulatores obloquentes di un tempo. L'elemento comune è l'isolamento perentorio.

Resta da capire se queste misure sono oltre che ostacolanti anche dannatamente ed irrimediabilmente funzionali a demotivare i comici di satira ed indurli a desistere o se invece possano in qualche modo, paradossalmente, incentivarli maggiormente a perseguire il loro scopo e ruolo di coscienza sociale, come mi piace pensare.


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lunedì 2 aprile 2007

Ma il fondamentalismo...cristiano?

In epoche di monopoli mediatici e pericolose regressioni culturali, viene sempre meno un concetto indispensabile per capire quale sia il meccanismo di fondo di molte delle cose cui assistiamo (direttamente o indirettamente) ogni giorno. Già, infatti, se da una parte l'impostazione di fondo basata sull'equazione "islamico = fondamentalista" è stata ben innestata attraverso i soliti canali informativi lavatori-di-cervello, dall'altra non si fa mai riferimento alla componente analoga insita nella società occidentale. E che ha un nome che passa sempre sotto il silenzio: fondamentalismo cristiano.

Quello cristiano, non è diverso da qualsiasi altro tipo di fondamentalismo. E' un atteggiamento mirante a imporre un'interpretazione letterale dei testi sacri ed una loro applicazione ad ogni aspetto della vita sociale, economica e politica. Posto questo comun denominatore, è facile accorgersi di quanto il fondamentalismo cristiano ed islamico si poggino su esperienze simili. Il primo punta a soffocare le voci delle comunità emarginate di donne, gay e lesbiche. Il secondo punta le sue armi principalmente sulle donne. E il tutto in nome di una Legge religiosa, che più che involuzione, è vera e propria "bomba al fosforo" per la società in cui viviamo. Il progressivo avvicinamento tra sfera civile e sfera religiosa non può che destare profonda preoccupazione: la sovrapposizione delle due, si presta fin troppo palesemente a manipolazioni politiche, con contenuti e significati del divino usati a proprio piacimento, secondo necessità.

Ma chi è esattamente un cristiano fondamentalista? E in che modo si differenzia rispetto agli altri "interpretatori letterali di testi sacri"? La cosa più logica che ho trovato fare per rispondere a questa domanda, è stato riprendere uno spezzone scritto da Anthony Giddens sull'argomento, forse uno dei maggiori sociologi del nostro tempo. La descrizione che questi fa, e qui di seguito riportata, è a mio modo di vedere un ottimo sunto, in grado di cogliere cause, aspetti principali e sviluppi/radicalizzazioni recenti del fondamentalismo cristiano. Processo in cui ha avuto e sta avendo un ruolo fondamentale la politica. In questo quadro, George W. Bush è senz'altro uno dei maggiori protagonisti di questo crescente fenomeno. Il fatto che il presidente degli Stati Uniti faccia parte di un movimento chiamato "Born again Christians" costituisce forse il più chiaro emblema della "sovrapposizione delle due sfere".

«La crescita delle organizzazioni fondamentaliste di ispirazione cristiana in Europa, ma soprattutto negli Stati Uniti è un fenomeno peculiare degli ultimi decenni. Per i fondamentalisti cristiani la Bibbia è una guida concreta per la politica, l'economia, la vita familiare ed in genere tutte le attività umane; la Bibbia è infallibile: i suoi contenuti sono espressioni della Verità divina; i cristiani sono tenuti alla diffusione del suo messaggio e alla conversione di coloro che non ne riconoscono ancora l'autorità. Il fondamentalismo cristiano è una reazione alle aperture teologiche e all'umanesimo secolare, che vede con favore l'emancipazione dall'ubbidienza ai dogmi religiosi. Esso si erge contro la "crisi morale" prodotta dalla modernizzazione: il declino della famiglia tradizionale, il crollo della moralità individuale, l'indebolimento del rapporto tra uomo e Dio.
Negli Stati Uniti, i "nuovi conservatori" (neocon o teocon), affermatisi politicamente con l'ascesa alla presidenza di George W. Bush, hanno preteso di interpretare la cosidetta "moral majority", facendosi portabandiera delle campagne contro l'aborto, la pornografia e l'omosessualità, in favore della preghiera a scuola e dei valori familiari. Nell'ambito di questo movimento, sono state fondate alcune università il cui scopo è la costruzione di una nuova generazione educata ai principi del fondamentalismo cristiano e in grado di prendere pubblicamente posizioni sui media, nel mondo accademico, nella politica e nelle arti {...}.
Ad inaugurare l'età dell'oro del proselitismo fondamentalista è stata la televisione. E' nata così la "chiesa elettronica", un insieme di organizzazioni religiose che operano prevalentemente attraverso i media anziché attraverso le congregazioni locali. Grazie alle comunicazioni satellitari e a Internet, oggi questa nuova forma di chiesa può raggiungere tutto il mondo».

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martedì 23 gennaio 2007

tv-porcile: preponderanza, espansione

A 21° secolo ormai abbondantemente inoltrato, il mezzo televisivo continua ad avere un ruolo di primissimo piano, che solo il sempre più esteso utilizzo di internet e poco altro riesce a limitare, o porre le basi per un'alternativa futura sostitutiva. Ma qui in Italia, per la prima volta nella storia dalla fine dell'Impero Romano nel 476 d.C., siamo tornati ad essere "caput mundi"! Già infatti qui da noi ce la stanno mettendo tutta per accellerare il "trasloco" e porci nel ruolo di avanguardia internazionale nel campo dei ripudianti della televisione.

Senza entrare nel merito del cosidetto "ruolo educativo" che secondo alcuni (ndr. non me) dovrebbe assumere la televisione, concentriamo l'analisi sull'aspetto di informazione e intrattenimento di questo medium. L'estrema complementarietà e crescente simmetria di cui, da qualche tempo, godono disgraziatamente in modo reciproco uno con l'altro, questi due rami su cui viene basata ogni emittente televisiva, è raccappricciante. Ogni giorno è un bombardamento di personaggi-nullità, che salgono alla ribalta con le loro penose pseudostorielle private, tutte rigorosamente documentate da quel grande braccio del giornalismo pagato per scrivere frivole e vuote minchiatelle di stagione: la "stampa rosa". Sfilate di idioti: Zequila, Lory Del Santo, Lecciso, Albano ecc ecc. Certo hanno rischiato grosso questo autunno quando hanno cercato di imporre un reality show a serata e sono crollati negli ascolti. L'unico che poi in definitiva è sopravvissuto al nubifragio, ha dovuto contare su una strategia di audience basata su finte polemiche autodegeneranti in risse e litigi recidivi. E così continua a funzionare un po' dappertutto. Nei programmi di intrattenimento l'anteposizione di sfilze di banalità, volgarità, gossip esasperato, diverbi caotici e salottini dalle recite pianificate a tavolino, sono ora in tutti i sensi prerogative necessarie per fare ascolti. E quando non basta si passa alla demenza allo stato puro: vedi quella grande schifezza tirata su da Mediaset, chiamata "Distraction". Un programma che, uno dei più venduti quotidiani europei, il tedesco "Bild", ha commentato così: "Italia 1 ha scioccato il suo pubblico con il più duro degli show, mai trasmesso fino ad oggi in Europa"; e ripercorrendo alcune delle scene proposte nelle varie puntate, infine si domanda: "che senso ha tutto questo? E' uno show schifoso"... Ma qui non si parla solo di intrattenimento.

On the other hand abbiamo una vasta gamma di programmi catalogabili come "informativi/opinionistici/di approfondimento" che non solo non si distinguono dal "cibo avariato" offertoci dagli shows, ma anzi da questo traggono spunti e nuova linfa. L'esempio più eclatante viene offerto dai telegiornali, sempre più intenti ad occuparsi di mondanità, gossip, rubriche inutili, e di collegamenti con gli studios dei programmi di intrattenimento che seguono. La confusione dei ruoli è la più totale. Ex veline ed ex partecipanti del "grande fratello" che si improvvisano opinionisti in trasmissioni calcistiche, giornaliste e direttori di rotocalchi che migrano in telegiornali nazionali con assoluta disinvoltura, politici prestati a fare da giuria alla "pupa e i secchioni", e chi più ne ha più ne metta. Mi aspetto a momenti l'introduzione di stacchetti anche nei telegiornali, tra una notizia e l'altra, sapete, per vincere la noia e la tristezza. Già me le vedo mostrare il culo durante qualche coreografia, appena dopo aver visto una manciata di secondi prima nel servizio qualche corpo maciullato di qualche soldato yankee in Iraq.

Di programmi guardabili, di questi tempi, in analogico, c'è sempre più latitanza. E quasi sempre totale carenza nelle fasce orarie che contano: tutte le cose vagamente interessanti vengono spostate sempre più inesorabilmente in seconda, terza anche quarta serata. E contando che l'inizio della seconda serata, una volta mediamente ubicato attorno alle 22.30, ora parte verso le 23.30 (nelle migliori delle ipotesi), beh allora è lecito concludere che nel letamaio della tv italiana, non c'è proprio posto per loro. Questione emblematica, su cui varrebbe la pena spendere molte parole. Riporto come sintesi, una frase di un'interessante saggetto opinionistico scritto da Ada Ficheri in cui si analizza le caratteristiche del martellamento mediatico di oggigiorno, nei programmi come negli spot: esso, si legge, si caratterizza e si colora di un certo "non-senso" che spinge ad "atteggiamenti che invitano al consumismo e ad un’idea distorta di benessere e di bellezza, che impone, sotto forma di valori, ideali che valori non sono. Tutto ciò entra ogni giorno nelle case della gente senza che nessuno se ne accorga e, fatto quanto più rilevante, che lo abbia scelto".

Il sunto conclusivo, si avvarrà di una stringatezza essenzialista tutta Caio Giulio Cesaristica. Spendere anche solo una parola in più sulla tv d'oggi sarebbe troppo. "Veni, vidi, clausi".