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giovedì 27 marzo 2008

break the mafia /2

Segnalo un'iniziativa importante. Il 4 aprile si svolgerà al Teatro Dehon, a Bologna, la seconda serata-evento "Break the mafia", dopo quella dell'11 dicembre tenutasi al teatro Carcano di Milano. Un'occasione per spegnere la tv ed andare a sentire un dibattito vero, lontani da artificiosità mediatiche. Il secondo "Break the mafia" è sempre organizzato dagli stessi liberi cittadini del primo, più qualche aggiunta. I temi saranno, come da locandina, "la mafia nella politica", "il libero giornalismo", "il diritto alla libera espressione".

Un paio di appunti, se possono servire, sulla prima serata organizzatasi a dicembre, a cui ero presente. Quello di Milano è stato un evento costruttivo. La sensazione più piacevole è stata senza dubbio percepirsi in un'atmosfera di face-to-face. Cioè di non leggere negli ospiti l'intenzionalità di approcciarsi ad un pubblico di grosse proporzioni, dunque alla larga da catechismi di ogni tipo. I contesti situazionali di direttezza informativa sorprendono piacevolmente: non ci siamo abituati. Vero è, d'altra parte, che è stata un'occasione segnata dalla mancanza degli ospiti-clou Forleo e De Magistris. Un "guasto" che ha inciso, non per colpa dei poveri e benemeriti organizzatori: sembra inutile negare che il dibattito brillasse di questa luce riflessa. Non esserci naufragati sopra però è un merito, ed una dimostrazione che, la presenza dei due personaggi giudiziari del momento, era un arricchimento (prezioso) ma non LA serata. Che era invece, in senso lato l'informazione diretta.

Insomma, chi si trova in zona, può farci un pensierino. In alternativa si potrà seguire via streaming qui. Di seguito il manifesto.


TEATRO DEHON, VIA LIBIA 59 BOLOGNA
4 APRILE 2008 - ORE 20.30

Dopo il successo dello scorso 11 dicembre al Teatro Carcano di Milano break the mafia approda a Bologna. É un momento delicato per il nostro splendido Paese, sono alle porte nuove elezioni regolate da una legge vergogna che lascia alle segreterie di partito la scelta dei candidati… dei quali pare non siano più importanti i requisiti di onorabilità necessari a rappresentarci. L’informazione è sempre più piatta, più filtrata, più controllata, più omologata, meno libera: conoscere significa essere liberi di scegliere. Ecco quindi una serata di informazione creata da liberi cittadini e cittadine che vogliono:
- rompere il silenzio;
- abbattere il muro sempre più alto dell’indifferenza;
- smuovere le coscienze sempre più assopite da un’ "informazione" che spesso lo è solo di nome;
- risvegliare il senso civico;
- informare senza filtri mediatici e compromessi su cosa dire e come dirlo.
Per questa e molte altre ragioni, il gruppo organizzatore propone un evento che affronterà i temi della mafia nella politica, del libero giornalismo e del diritto alla libera espressione. Ospiti della serata in ordine alfabetico:
Oliviero Beha
Peter Gomez
Antonio Ingroia
Libero Mancuso
Pino Maniaci
Daniele Martinelli
Introduzione della serata: coreografie di Break Dance espressive del tema di discussione.
Moderatore della serata: Paolo Colonnello
Info: 3934151678 Sara M. Coccolini (Bologna) - 3384952685 Antonella Iannello (Milano)


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lunedì 29 ottobre 2007

Cantat esce

La notizia è di almeno una decina di giorni fa, anche se si è rischiato abbondantemente di perderla per strada nel strano mondo dell'informazione italiana. Bertrand Cantat, cantante e leader dei Noir Desire ha ottenuto la libertà condizionale dopo aver scontato metà della pena, quattro anni di detenzione precisamente.

Il vice presidente del tribunale di Tolosa Philippe Laflaquiere ha infatti così sentenziato, dopo aver constatato gli "sforzi di reinserimento sociale del condannato e anche le sue prospettive di reinserimento professionale". Cantat, grazie a questa decisione, ha potuto così lasciare il carcere di Muret nella Haute-Garonne; dovrà ad ogni modo farsi seguire da uno psicologo per un anno e non parlare pubblicamente della maledetta notte tra il 26 e il 27 luglio 2003, quando in una stanza d'albergo a Vilnius (Lituania) colpì mortalmente la compagna Marie Trintignant durante una lite.

Il colpo di testa di Cantat costò una vita umana ed appare per cui poco giustificabile. Condivisibile tuttavia è stato il suo atteggiamento dopo lo sciagurato episodio. Egli infatti ... ammise. Proprio come Annamaria Franzoni, Mario Alessi, Alberto Stasi, tanto per citarne due o tre. Bertrand Cantat senza troppe giravolte fece una ricostruzione veritiera dei fatti, assumendosi tutte le responsabilità del caso. Tant'è che il pubblico ministero chiese solo nove anni per aver ritenuto sincero il rammarico del musicista e dopo essersi visto confermare la versione di Cantat dal medico legale che analizzò il delitto. La sentenza emessa dal tribunale fu di otto anni.

Dopo il recente intervento del giudice Philippe Laflaquiere la detenzione è stata commutata in libertà condizionale. In questo caso come mai emerge un problema di fondo: l'utilità delle carceri nel recupero ed il reinserimento sociale. Se infatti da una parte la detenzione penitenziaria è uno spettro con effetto preventivo-deterrente sui potenziali deviatori, dall'altra è caratterizzata da una sostanziale inefficienza dal punto di vista educativo. Laflaquiere ha probabilmente valutato Cantat come un uomo da riabilitare prima di tutto, non da svilire ulteriormente. Ed ha agito, si può dire, "umanamente", nonostante tutto. Sì, magari è stato un processo alle intenzioni. O forse è stata ritenuta minimale la probabilità di recidiva di Cantat. Ma tant'è. Certo, i familiari della Trintignant possono continuare lamentarsi (d'altronde chi ne ha più diritto?), nessuno vuole togliere loro questa legittimità. Magari dovrebbero però lasciar perdere gli isterismi da anti-femminismo con cui hanno voluto bollare questa vicenda, perchè di questo non si tratta.

Sul futuro ancora niente di sicuro. L'artista leader dei Noir Desire non ha composto né musica né testi nel periodo di Muret - Haute Garonne stando alle parole del suo avvocato. Il reinserimento potrebbe rivelarsi piuttosto problematico. Ma una speranza c'è: infatti il batterista Denis Barthe ha fatto sapere che il gruppo vorrebbe riunirsi, ma che i componenti dovrebbero prima sedersi attorno ad un tavolo per guardarsi negli occhi e parlare di prospettive. Sempre meglio che niente. Perdere il Bertrand Cantat artista definitivamente sarebbe un duro colpo.

«Penso di aver sentito un soffio di cose che erano già là, di aver sentito l'arroganza di chi crede di poter dominare il mondo» [B. Cantat, 2001]


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lunedì 15 ottobre 2007

usa-turchia: fine dell'idillio?

Mamma Usa riconosce il genocidio degli armeni nel biennio 1915-1916; la figliol prodiga Turchia si indigna. E Bush si ritrova in difficoltà con uno dei suoi migliori alleati logistici nella sua fantomatica "guerra al terrore", Erdogan. E questo perchè per Ankara «l'approvazione di questo documento è stato un gesto irresponsabile che, in un momento particolarmente sensibile, renderà ancora più difficili le relazioni con un amico e alleato e una partnership strategica coltivata per generazioni. E' inaccettabile che la nazione turca sia accusata di qualcosa che non è mai accaduto nella storia».

E' sempre molto interessante osservare la Turchia, nelle dichiarazioni dei suoi politici. Interessante e divertente. A volte (veramente incredibile) sono ancora più comiche di quelle che rilasciano giornalmente i nostri politicucoli. Le ultime "bombe" made in Ankara risalgono a febbraio 2007; un'astinenza troppo lunga per sembrar vera (sì, mi stavo preoccupando). Allora la Turchia se la prendeva con Cipro per aver stipulato accordi di cooperazione con Libano ed Egitto per sondare i fondali marini alla ricerca di giacimenti di idrocarburi. Perchè? Il motivo era che quest'accordo avrebbe delegittimato la giurisdizione della "Repubblica di Nord Cipro". Vale a dire uno stato illegale, occupato militarmente (1974) e riconosciuto solo dalla Turchia (vedi anche "
ancora tensioni tra Cipro e Turchia").

E' un sogno che si avvera vedere la Turchia scornarsi con gli amiconi americani e provocare una crisi diplomatica, per di più causata proprio dall'arroganza del suo Governo. Perchè, si sa, per gli U.S.A. gli affari vengono prima di tutto. Per esempio come è stato con Pinochet. La Turchia ha ancora molto da imparare dai suoi alleati: se spera solo minimamente di avere ancora qualche chance per entrare nell'UE, i suoi amici, con le loro pesanti influenze, se li devono tener stretti. In questo momento non se la sta passando bene Washington, cui è stato agitato lo spauracchio dell'inagibilità della base aerea di Incirlik. Una base di grande importanza strategica per gli U.S.A. (ed anche Gran Bretagna) poichè è da qui che partono il 70% dei trasporti cargo aerei diretti in Iraq, oltre ai vari aerei che pattugliano la no-fly-zone dell'Iraq settentrionale. Proprio la zona che minaccia di invadere la Turchia per reprimere la rivolta curda. Il segretario di stato Condy Rice ha chiesto ad Ankara autocontrollo, come una mamma premurosa che vuole impedire al figliuolo di farsi male con gesti avventati. "Stai calmo, conta fino a dieci". E ovviamente non per filantropia. La crisi turca giunge in un momento particolarmente delicato per la casa bianca, dopo le dichiarazioni del Generale Sanchez che ha bollato l'Iraq come un "incubo senza fine" e i politici americani come "incompetenti, corrotti e negligenti", responsabili di un piano di guerra "catastroficamente difettoso ed irrealisticamente ottimista".

Insomma, se la Turchia farà la cazzata, la pagheranno in due. E a Bush rimane Catullo: «Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior».


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lunedì 12 febbraio 2007

pit stop: cambio del..."supporto"

Il mondo dell'informazione potrebbe cambiare drasticamente nei prossimi cinque, dieci anni. A darci notizia, nella settimana appena conclusasi, di quella che potrebbe essere una vera e propria svolta epocale del sistema mediatico, è Arthur Sulzberger, editore del "New York Times", inutile a dirlo, uno dei più famosi e risonantemente importanti quotidiani sulla faccia della terra.

Intervistato dal giornale israeliano "Haaretz", Sulzberger, ha infatti affermato di avere dubbi sul fatto che tra cinque anni il Times venga ancora stampato, aggiungendo di star vivendo attualmente col suo giornale una fase di transizione, che troverà come naturale sbocco, la diffusione del quotidiano unicamente online. «Il New York Times è nel mezzo di un viaggio» - spiega - «che finirà quando la società smetterà di stampare il giornale. Quella sarà la fine della fase di transizione». Sulzberger, si sta facendo da qualche tempo portatore di un processo, già avviato, che ha portato a fondere di recente i desk redazionali del giornale stampato e di quello online. Non nasconde che il motivo principale di questo trasloco è il fattore economico. «Viviamo nel mondo di internet» - ammette - «e i costi della diffusione online non sono assolutamente paragonabili a quelli dell'edizione stampata: l'ultimo grande investimento che abbiamo fatto sulla stampa, non ci è costata meno di un miliardo; mentre l'ampliamento e il potenziamento dei siti non arriva a queste cifre. Internet è un posto meraviglioso e su questo terreno noi siamo davanti a tutti». Il sito nytimes.com conta attualmente 1,5 milioni di lettori al giorno, contro l'1,1 milioni di abbonati alla versione cartacea. E considerando il trend, la forbice tenderà ad aumentare. Da qui la decisione di trasferire gradualmente il noto giornale americano in rete. Ad ogni modo, Sulzberger a scanso di equivoci chiarisce: «Chi vorrà leggere il NYT online dovrà pagare».

Il "New York Times" non è tuttavia il primo quotidiano a muoversi in tale direzione. Anche se meno illustri, vi sono altri esempi. Lo svedese "Poit" (Post och Insikes Tidnigar) è uno di questi. Questo quotidiano è il più antico del mondo: nato nel 1645 per volere della regina Cristina di Svezia per giustificare l'incremento delle tasse legate alla Guerra dei Trent'anni. Col passare del tempo, sulle sue colonne, accanto alla sua funzione iniziale di rendiconto delle spese dello Stato, apparvero le prime notizie vere e proprie di taglio internazionale, bollettini meteo, poesie, romanzi d'appendice oltre all'andamento dei tassi della corona svedese. Eppure, dopo oltre trecentocinquant'anni di storia, proprio all'inizio del 2007, è scomparso dalle edicole, per rimanere in vita solo nell'edizione online. Un'altro esempio ancora, è fornito dal gruppo editoriale francese "Lagardère". Quest'ultimo, uno tra i più grandi in Francia, con capitalizzazione in borsa di 8,5 miliardi di euro, ha annunciato un'accellerazione degli investimenti online. Con un piano di ristrutturazione che prevede il taglio del 7-10% della forza lavoro, Lagardère conta di aumentare dall'1% al 5-10% entro il 2010 i ricavi derivanti dall'editoria digitale, a scapito dell'editoria tradizionale dove chiuderà numerose riviste.


Trascurando per un attimo l'esempio del quotidiano svedese "Poit", decisamente crollato a livello di tirature negli ultimi decenni, e che per questo, senza il timore di operare ostracismi, possiamo considerare quotidiano minore, gli altri esempi (o propositi) di trasloco dei quotidiani da supporto cartaceo a supporto digitale, sono dettati da scelte che rispondono ad esigenze social-economiche ben precise. Lo stesso Sulzberger è stato di una trasparenza assoluta, in tre passi: a) i costi della versione online sono decisamente minori, b) il fenomeno internet è dilagante, c) i visitatori/lettori della versione online sono in continuo aumento. Nonostante questo aspetto propulsivo delle trasformazioni che prendereanno piega, siamo forse di fronte per la prima volta, ad una prospettiva di cambiamento in cui gli interessi degli imprenditori-editori si possono coniugare indirettamente a quelli dei consumatori. Di fatto le dichiarazioni di Sulzberger sanciscono la fine di un'epoca. Quella dei clientelismi nel mondo dell'editoria, dal momento che, se un giornale dovrà far fronte a meno spese, sarà meno alla ricerca di finanziamenti alieni. Un requisito fondamentale per garantire un informazione libera. E al contempo legherà sempre più inscindibilmente la gente a Internet, assunto nel ruolo di fonte "primaria" di informazione. Un'universo in cui si avrà i quotidiani ufficiali a pagamento da una parte, i quotidiani gratuiti insieme ai giornalisti autonomi e ai bloggers dall'altra. E «a vincere» per usare una bell'espressione di un articolo del "Sole 24 Ore" «sarà il giornalismo; i buoni contenuti trionferanno, chiunque li produca». Ma non solo: l'avvicinamento a Internet fino alla totale migrazione in esso dei quotidiani a tiratura nazionale, non potrà che spingere molte delle persone che non hanno mai avuto confidenza con la rete, a scoprire un mondo nuovo, pullulante di idee, riflessioni, opinioni, che non hanno mai trovato spazio nei canali mediatici tradizionali. Lo scotto da pagare sarà il problema dell'inattendibilità delle fonti. Ma è un rischio che, in rapporto ai vantaggi che si possono ricavare da questo nuovo mondo di "informazione plurima", vale la pena di correre.

Ma ve lo immaginate una trasformazione di questo tipo in Italia?! Un quotidiano non più schiavo di finanziamenti di partiti?! Ed un'Italia che esce finalmente fuori dalla fascia "partially free", in materia di libertà di stampa, nelle classifiche di Freedom House... Il cammino è stato tracciato. La direzione è una sola. La variabile X sarà il tempo di reazione del singolo paese a cogliere e sperimentare l'esempio dell'avanguardia "New York Times". Sulzberger ha fatto una bella mossa con le sue dichiarazioni: lo ha praticamente lanciato nelle bocche di tutti. E i presupposti per cui può non essere solo un bel colpo d'immagine ci sono tutti, perchè le redazioni della versione cartacea con quelle della versione online, come ammesso da lui stesso, si stanno realmente unificando. Ci voleva solo una voce auterovele che confermasse questa transizione dei quotidiani.

Sulzberger ha affermato di non temere la competizione con i bloggers: «Ci sono milioni di blogger là fuori - replica l'editore americano - e se il Times si dimentica chi e che cos'è, perderà la guerra, e a ragione. Noi siamo coloro che lavorano le notizie: la gente non clicca sul New York Times per leggere i blog. Cerca piuttosto notizie attendibili che siano state verificate». Speriamo che anche in Italia si possa constatare questa mentalità sportiva di competizione... Non scendere in Internet, nonostante questa trasformazione globale dei quotidiani, significherebbe aver la coda di paglia. E voler continuare a spacciarsi per gli unici custodi di notizie attendibili, senza però scendere dal piedistallo e mettersi in concorrenza con l'informazione libera di Internet. E questo magari per il diritto di veto dei partiti che egemonizzano l'informazione oggigiorno: fa paura calarsi in un mondo in cui le informazioni che vi trovi in ognidove, non hanno né controllo né censura. Cosa che oggi viene da loro praticata selvaggiamente sia per i media cartacei che per quelli televisivi.

Avanti "New York Times"! Contro l'Ancient Régime dell'informazione: Libertè, egalitè, Internèt.